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CLAUDIO BOCCOLACCI
E IL RIGORE DELL’ EMOZIONE.
Un pensiero grande che si dilata nel respiro di un cielo pulito dalla notte là dove
lo sguardo non si interrompe , neanche per l’attraversare il saporoso ristagno
del disincanto : ecco che una energia grandissima è educata alla contrazione
del particolare , proprio per esplicitare la verità di una immagine che
nella specificità del proprio perimetro detta l’infinito della propria
significazione . Con queste opere Claudio Boccolacci raccoglie le esperienze
che nell’ultimo decennio ha maturato convergendo una pluralità di
suggestioni nella unicità di una parlata perfetta , definita nella speculare
condizione di una emozione che vive proprio perché il magistero del rigore
viene ad informare la sintassi della parlata . I geroglifici di Boccolacci vogliono
dettare i luoghi di stagioni dove perenne è il tepore della poesia, là dove
i colori sono il velluto della tenerezza e il sapore della parola è il
silenzio dell’immagine . La polaroid fissa una istantanea ma Boccolacci
dilata l’istante in durata senza tempo, in un tempo del luogo dall’interminabile
orologio in cui le lancette non si stancano mai di ritornare su se stesse ; la
polaroid afferma uno spazio dove ansia e tensione sono prosciugate al Sole dell’ascolto,
dell’attesa sapiente di una lacrima di felicità .
Claudio Boccolacci è di Urbino , vi è nato e vi lavora, ci vive
e ci rinasce . La concentrazione della Città a forma di Palazzo è analogica
alla pratica della polaroid e delle piccole tele . In Boccolacci la originale
esperienza della cultura neoconcettuale, con la serie delle “Carte Assorbenti”,
degli anni Settanta , si traduce in un naturalismo ontologico di natura storico
critica propria dell’ astrazione , con i “Paesaggi” degli anni
Ottanta. E giungendo a depurare tale cultura generazionalmente appropriata alla
Neoavanguardia , l’artista di Urbino arriva a configurare una sua originale
sintesi del proprio percorso critico nella parlata delle recenti “Polaroid” degli
anni Novanta, là dove la concentrazione dell’immagine è equivalente
alla concentrazione del pensare per poter far dilatare i percorsi della poesia
e dell’emozione e dello struggimento del vedere .
L’ immagine ripresa mostra un paesaggio delle Cesane , e anche uno scorcio
dei vicoli della città del Montefeltro, ovvero i momenti del pulsare del
Cielo. La ripresa , sempre in polaroid, mostra anche opere del Medioevo e dell’arte
dell’Umanesimo e del Rinascimento : oppure fotogrammi estratti dal fluire
delle pellicole cinematografiche passate per lo schermo del televisore o, anche
e sempre dal televisore, immagini di pubblicità . Tra memoria dell’arte
nella storia e attualità dei messaggi della contemporanea tecnologia della
comunicazione , Boccolacci costruisce un racconto di frammenti , un narrare sincopato
che esprime in un fragilissimo ritmo di unità musicale la grandezza e
la forza del singolo fraseggio musicale, della singola frase composta, del verso
sonoro , della parola appena edificata e mostrata allo sguardo della nostra coscienza
che si sorprende a farsi sorprendere dalla immagine che ha davanti .
Immagine nella immagine , figura a figura ; la tecnica della riproduzione indica
il retaggio concettualistico della procedura esecutiva con cui si esprime il
procedimento ideativo che afferra e costringe la figura a farsi altro da sé ,
imponendo l’artista la sintassi e la grammatica del proprio mostrare e
dimostrare . Una tautologia , la polaroid di Bocolacci, da indicazione appropriatamente
infilzata sul lascito delle considerazioni dei “Paragraphs on Conceptual
Art” di LeWitt , su “Artforum” del 1967, e del ricercare onnivoro
che si dettero gli artisti della rivista “Art Language” dal 1969
; là dove Nominalismo e Minimalismo hanno educato la tradizione della
geometria astratta a piegarsi al rigore dell’argomentare epistemologico
, del fare in quanto procedere per concetti del fare unificando , dunque, un “Abstract
Painting” (1966, Reinhardt) alla “Art ( art as idea as idea)” (
1967, Kosuth) , ad un “Untitled” (1968, Judd ). Ma se la cronaca
della cultura della Neoavangaurdia permette tale ventaglio di indicazioni , è pur
vero che la pratica del “Nominalismo minimalista” agli occhi di Boccolacci
doveva in quegli anni Settanta e quindi negli anni a seguire, essere , quella
innovativa indicazione critico culturale, messa al ventaglio ora inconscio ,
ora consapevolmente cosciente , della frequentazione di quell’antico ragionare
umanistico, della ezone aurea e della purezza dell’equazione luce colore
per la mens figurale pierfrancescana-albertiana bagnata nello sguardo di Cusano
, per cui chi vive in piazza Repubblica può benissimo entrare nel cortile
della “Flagellazione” e scoprirsi a chiedersi perché mai è lì a
frustare il Cristo alla colonna : per chi vive dentro Urbino è ben naturale
entrare e uscire e rientrare nelle opere d’arte lì poste per essere
vissute . E così con la “Flagellazione” , in pittura , il
sensibile percepisce l’immagine e vi entra dentro , attore tra gli attori
della sacra rappresentazione : ma cosa dire, poi, di quell’istallazione
in tarsia , di quella abitabile scultura mentale in cui ci possiamo perdere ,
per gli infiniti percorsi dello “Studiolo” incastrato tra Chiesetta
e Tempietto delle Muse? Per Boccolacci credo proprio che ogni polaroid si dimostri
quale percorso dell’infinito Palazzo Ducale del Duca Federico , con tendenza
a mostrarsi ora in quanto “Castello” del praghese Kafka oppure ora
in una “Città Invisibile” scritta da Calvino sul treno mentre
da Torino raggiungeva Parigi . Ma, ancor più centrale per l’artista
, le geometrie degli argomenti concettuali del lascito critico artistico, credo
siano da Boccolacci ritrovate nei meandri dell’umanistica architettura
e arte urbinate immersa nelle geometrie delle simmetrie e dei rimandi analogici
che costituiscono l’epico magma della architettura narrativa vissuta nella
scrittura di Volpone in “Corporale”. Questo praticare le polaroid è una
scrittura di odore, di sapore , di eros , di introspezione con cui affermare
il corpo di una emozione nel rigore dell’emozione affermata .
L’immagine è lasciata a se stessa , integra e pulita. Immagine fissata
dal gesto unitario e unificante dello scatto che fissa e che imprime lo scatto
medesimo sulla carta della polaroid .Poi il gesto, il gesto che segue alla riflessione
sulla immagine. Lo si vede, ad opera finita. Lo si vede che l’artista è fisso, è fermo, è staticamente
immobile dentro il giro dei pensieri e delle idee. Ragiona sull’immagine,
entra, l’artista copula con l’immagine, riscrive il “Cantico” con
l’immagine : e decide il gesto, decide l’impulso, la lancia infilzata,
il coltello tagliente a cadere forte, decide lo spruzzo d’energia che bagna
e svapora dilatando , circoscrivendo , nascondendo, esaltando la figura .
Boccolacci compone dei trittici , dei dittici, delle singole opere che esprimono
la forza dell’immagine ripetuta. C’è il modulo della polaroid,
quel formato, quella realtà figurale tecnicologicamente decisa e rivisitata.
E c’è l’immagine prescelta. Ovvero un paesaggio, una natura
morta, un frammento televisivo, un ritratto, una riproduzione di opera d’arte
. Ma non si decide a secondo del contenuto , si decide per conto del vissuto
. e il vissuto contempla il contenuto e contempla l’insignificante . Il
tutto e il nulla , è facile retorica, è forse cattiva letteratura,
ma è la verità. Perché in queste opere non si legittimano
le mediazioni terziste, c’è soltanto spazio per il “nero” e
per il “bianco”, per il vivere e per il morire, per la storia o per
i luoghi, per i generi o per le concettualità. E così Boccolacci
sbava, dipinge, sparge velature e fendenti cromatici. Un colore che è un
non colore, perché è la materia del colore. E’ la solidificazione
della luce, è l’oro. Oro puro. Oro in foglia. Oro in grumo. Oro
in vitreo occhio disarcionato dal cranio di Giove imperituro.
Minerva porta l’oro in mano, come i santi di Chartres si portano la propria
testa in grembo.
Mariano Apa
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