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ousmane ndiaye dago, una
delle personalità più originali
emerse negli ultimi anni dal ricchissimo panorama
dell'arte africana contemporanea, parte
dall'identificazione della donna con la terra per
la comune capacità di prolificazione. il
corpo delle modelle viene come riportato,
attraverso l'argilla, a una sorta di tempo
originario del mondo, alla nascita dell'uomo. corpi
come luoghi designati dove passato e presente,
antichità remota ed incalzante
attualità si danno appuntamento. qui
l'identificazione con la terra profuma e si colora
dell'evidenza di divinità presenti in tutte
le cose e in tutti i momenti. terra seccata sulla
pelle così da trattenere a sé la
vita, da fare di ogni donna una propria emissaria,
una propria messaggera, un proprio angelo sporco e
scabro e carnale.
dago allestisce una piccola scena su cui colloca,
in pose da antichi rituali, le sue donne e
automaticamente esse riportano l'eterno femminino
alle sue radici, la madre terra. eppure non
c'é proprio niente di materno in questi
corpi giovani, vitalissimi, desiderabili e
assolutamente erotizzati; ciò che li anima
é una specie di energia primordiale, un
flusso indistinto che li rende partecipi dello
spazio, li integra allo spazio in una sorta di
misteriosa osmosi carica di potenza. signore del
sesso e della guerra, amazzoni che conoscono la
sofferenza e la sottomissione, ma anche che
possiedono e respirano di un'energia indomabile, di
un potere sconfinato.
la plasticità delle figure é
assistita cromaticamente dall'argilla, qui la
polvere si fa cosmesi, colori che sembrano spostare
i corpi vivi nella condizione della scultura lignea
tipicamente africana.
il pudore creativo vela metodicamente il capo delle
donne fotografate sottraendolo, in tal modo, alla
condizione di oggetto visivo. per noi occidentali
penalizzare il volto, togliere di mezzo lo sguardo,
quindi moltissimo di ciò che é la
donna ritratta, sembra punitivo, ma in questo caso
si crea una felice assonanza tra le posizioni delle
modelle e la natura proliferante: corpi di
fanciulle come tronchi e rami di alberi posti
all'aperto al sole, al vento e alla polvere.
l'identità individuale viene accantonata. le
donne di dago sono tante e una. pure forme dalla
straboccante energia erotica e vitale. non essendo
nessuno in particolare, queste giovani modelle
risolvono in se stesse la parte della dea e insieme
la parte della vittima, della schiava e della
regina, dell'oggetto e del soggetto. non sapremo
mai se abbiamo a che fare con persone o personaggi,
maschere secondo il senso greco, messe lì
per incarnare la terra.
tecnologia occidentale e ritualità primitiva
si mischiano per sviluppare una ricerca artistica
tesa all'affermazione della propria identità
evitando l'omologazione culturale ed il genius loci
tribale. performance e stregoneria insieme per
esprimere tutta l'inquietudine della storia
d'africa.
(achille bonito
oliva - martina corgnati
dal libro edito da gianpaolo prearo editore)
catalogo
disponibile in galleria
le fotografie esposte sono in
vendita
per informazioni:
info@museokendamy.com
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