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la memoria di
un'immagine vive come trasparenza dissolta.
elaborare il
passato conduce inevitabilmente ad un rischio per
il proprio futuro, quello di frammentare la memoria
e sparpagliarla nella poesia come un'evocazione
perduta. per non condurre tutto ciò al
diafano spettro della nostalgia è necessario
cavare fuori dai meandri del tempo un'immagine
forte, dall'evidente segno morale.
giovanni sesia di fronte al corposo archivio di
lastre provenienti da uno o più istituti
psichiatrici di inizio novecento, dove il "matto"
era tale per censo e devianza speciale, ricompone
il gesto più naturale non solo per l'artista
ma per l'uomo: quello di donare epica a delle
figure senza nome, portatrici del dolore e
destinate altrimenti ad una totale scomparsa senza
alcuna riabilitazione. la dignità del
ritratto aggiunge fulgore alle distorsioni nella
carne di un'anima piagata e l'opera sta nel gesto,
nel segno, nel creare un mondo autonomo a chi
giaceva frantumato in un abisso di assenza.
usare un supporto fotografico nell'operare
artistico è un fatto antico che, dall'epoca
dada-surrealista ai giorni nostri ha percorso
innumerevoli strade, dove l'immagine molto spesso
si è posta trasversalmente al tempo in un
gioco di specchi incrociati. per usare un totale
supporto di disperazione all'inconsulta espansione
del proprio gesto pittorico, dove il segno nega la
parola ed il gesto si sovrappone alla lenta e
corrosa stranietà dei degenti, ci vuole il
lucido coraggio che è di pochi.
penso all'urlo lacerato nel colore di arnulf
reiner, alle nominazioni evocate dalla passione
civile che ha percorso la vita di christian
boltansky, o alla decomposta fissità delle
istantanee da camera mortuaria di andres
serrano.
poi lui, il "matto", scompare dal primo piano,
diviene lo sfondo della vera deviante, la pittura.
il segno civile si muta in segno mentale.
dall'assenza di dignità umana non resta che
un pallido segnale scomposto: è la vita che
preclude ai sentimenti di durare nel tempo.
la scomparsa sta sulla seggiola, sul cavalletto,
attenta a ricreare se stessa in un nuovo primo
piano in cui la memoria di un'immagine vive come
trasparenza dissolta.
(piero
cavellini)
alcune delle opere esposte sono in vendita
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