|
E’stato GAC ha
chiamare così quella che fu una delle sue prime serie
composite legata al concetto di autostoricizzazione.
Siamo nel 1975, l’attenzione riservata da un particolare
circuito internazionale alle sue prime “mostre a domicilio” lo
spinge a creare un rapporto con l’immagine sempre meno
strutturato e quindi più libero di formulare associazioni
visive. I primi volumi infatti, dati in pasto ad un circuito
esteso del sistema dell’arte come un’articolazione
teorica della sua fulminante decisione di fare da sé la
propria storia d’artista, ossia “25 Lettere” e “Cimeli”,
sono necessariamente un assunto che sottolinea più didascalicamente
la metafora che sottende un’idea così sorprendente
da aver avuto bisogno subito di un’antologia testuale
che acuisse la diffusione a macchia d’olio del fenomeno.
Così si dice che “25 Lettere” fosse rimasta
per parecchio tempo su molti comodini di fortunati componenti
del circuito mailartistico internazionale perché da
queste sarebbe stato possibile estrapolare, come da dei “minima
moralia”, frammenti di saggezza sociale oltre che esilaranti
destrutturazioni storiche.
“
Analogie” invece da corso ad un procedimento nuovo,
che non sottendeva più una categoria teorizzante ma
dava libero spazio alle accumulazioni fantastiche, quelle
che daranno di li a poco il via a tutta la produzione degli
anni Ottanta, così felice pittoricamenrte.
Lo spazio d’indagine è ancora racchiuso nelle
procedure storiche, si parte da comparazioni con l’architettura
dell’antichità per spaziare poi attraverso analogie
familiari , smorfie, vezzi e movenze nella fisiognomica degli
artisti, sempre quelli che stavano sul piedistallo e che
avevano riempito le sue ricostruzioni oggettuali degli anni
Sessanta, ma la sequenza ha un’aura così spavalda
da uscirne come una ventata d’aria nuova.
Non a caso GAC sentì l’esigenza di uscire dal
libro ed approntò una serie in tre esemplari, formato
mostra portatile, per soddisfare le richieste che giungevano
soprattutto dai fermenti associativi dell’Est Europa.
Fui io stesso ad inaugurare il progetto, fungendo da vettore
ed allestitore per la Galleria Wspolczesna di Varsavia proprio
lo stesso anno della produzione dell’opera. Viaggio
che mi consentì di visitare Roman Opalka e tutta una
serie di “Photographers Painters” che formavano
il milieau d’opposizione all’arte ufficiale del
regime. Un’estensione analogica che mi lega a quest’opera
come alle immagini della metà degli anni Settanta
dove il rigidismo del concetto si stempera in un vero e proprio
edonismo, così vero anche ora che GAC compie novant’anni.
Piero Cavellini |