guglielmo achille cavellini
analogie
11 settembre- 14 ottobre 2004





E’stato GAC ha chiamare così quella che fu una delle sue prime serie composite legata al concetto di autostoricizzazione.
Siamo nel 1975, l’attenzione riservata da un particolare circuito internazionale alle sue prime “mostre a domicilio” lo spinge a creare un rapporto con l’immagine sempre meno strutturato e quindi più libero di formulare associazioni visive. I primi volumi infatti, dati in pasto ad un circuito esteso del sistema dell’arte come un’articolazione teorica della sua fulminante decisione di fare da sé la propria storia d’artista, ossia “25 Lettere” e “Cimeli”, sono necessariamente un assunto che sottolinea più didascalicamente la metafora che sottende un’idea così sorprendente da aver avuto bisogno subito di un’antologia testuale che acuisse la diffusione a macchia d’olio del fenomeno. Così si dice che “25 Lettere” fosse rimasta per parecchio tempo su molti comodini di fortunati componenti del circuito mailartistico internazionale perché da queste sarebbe stato possibile estrapolare, come da dei “minima moralia”, frammenti di saggezza sociale oltre che esilaranti destrutturazioni storiche.
“ Analogie” invece da corso ad un procedimento nuovo, che non sottendeva più una categoria teorizzante ma dava libero spazio alle accumulazioni fantastiche, quelle che daranno di li a poco il via a tutta la produzione degli anni Ottanta, così felice pittoricamenrte.
Lo spazio d’indagine è ancora racchiuso nelle procedure storiche, si parte da comparazioni con l’architettura dell’antichità per spaziare poi attraverso analogie familiari , smorfie, vezzi e movenze nella fisiognomica degli artisti, sempre quelli che stavano sul piedistallo e che avevano riempito le sue ricostruzioni oggettuali degli anni Sessanta, ma la sequenza ha un’aura così spavalda da uscirne come una ventata d’aria nuova.
Non a caso GAC sentì l’esigenza di uscire dal libro ed approntò una serie in tre esemplari, formato mostra portatile, per soddisfare le richieste che giungevano soprattutto dai fermenti associativi dell’Est Europa. Fui io stesso ad inaugurare il progetto, fungendo da vettore ed allestitore per la Galleria Wspolczesna di Varsavia proprio lo stesso anno della produzione dell’opera. Viaggio che mi consentì di visitare Roman Opalka e tutta una serie di “Photographers Painters” che formavano il milieau d’opposizione all’arte ufficiale del regime. Un’estensione analogica che mi lega a quest’opera come alle immagini della metà degli anni Settanta dove il rigidismo del concetto si stempera in un vero e proprio edonismo, così vero anche ora che GAC compie novant’anni.
Piero Cavellini





Guglielmo Achille Cavellini



Guglielmo Achille Cavellini



Guglielmo Achille Cavellini



Guglielmo Achille Cavellini



Guglielmo Achille Cavellini

 






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