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le immagini del
tenente gianni peri
le lastre da cui sono state tratte le immagini di
questa mostra fanno parte di un unico giacimento fotografico
scoperto da ken damy nel 1991. ho resistito non poco al suo
invito di occuparmene. era immediatamente evidente che si
trattava di un lavoro lungo e complesso, che chiedeva di
essere condotto su diversi livelli di sviluppo.
in quello scatolone c'erano 26 scatole di storia. su alcuni
contenitori erano stati diligentemente annotati i soggetti,
ma nel corso di 80 anni le lastre erano state più
volte osservate e riposte in modo disordinato. il tempo non
era trascorso senza lasciare traccia. quasi tutte
presentavano una vistosa ossidazione verso i bordi, in molte
la gelatina era ormai irrimediabilmente rigata e talvolta
staccata in alcuni punti.
il pesante archivio d'immagini testimoniava con evidenza gli
immani sacrifici che aveva richiesto la prima guerra
mondiale. il fotografo, un ufficiale che compariva in
diverse riprese, aveva scelto di rappresentare gli aspetti
della guerra legati ai mezzi con i quali aveva
quotidianamente occasione di operare.
lontano dalle preoccupazioni di rendere qualsiasi servizio
d'informazione e forse anche di documentazione, rimaneva
affascinato dagli aspetti legati all'impiego di macchine e
tecnologie, non tralasciando di ricercare anche
rappresentazioni con qualche pretesa espressiva. popolava le
riprese di uomini, a mio parere così poco soldati e
così sfacciatamente contadini e operai nella figura e
nella posa, quasi inaspettatamente infagottati in abiti
militari e apparentemente nel posto sbagliato per un
capriccio del caso.
il formato impiegato denuncia i vincoli imposti da una
pesante fotocamera che poteva operare praticamente solo
montata sul cavalletto. tutte le scene risultano quindi
premeditate e la collocazione della fotocamera studiata in
funzione della posizione prevedibilmente più
favorevole. purtroppo ogni avvenimento che comportasse un
certo livello di azione, finiva spesso per avere uno
svolgimento imprevisto, per cui le inquadrature divenivano
non di rado approssimate (riposizionare il punto di ripresa
con i vecchi cavalletti in legno non era certo cosa agevole
e rapida).
operare poi in ambienti in cui il mutare delle situazioni
conduceva a sfidare indifferentemente la neve, il fango o la
polvere era certamente un'impresa eroica. sicuramente senza
il tempo per dedicarsi interamente alla ripresa, costretto
dalla pressione degli impegni del ruolo e del grado,
l'autore ha tuttavia osato riprese di fronte a cui la
rinuncia sembra oggi l'unica saggia decisione.
pensare a fotografie istantanee in quelle condizioni era
un'illusione. eppure la passione del fotografo trovò
la forza di affermare la volontà di registrare la
realtà, a dispetto delle esposizioni esasperate e dei
lunghi tempi di posa. In effetti la presenza di numerosi
"mossi" è un prezzo che si accetta volentieri pur di
godere di testimonianze così forti ed uniche.
le lastre abbracciano anche un periodo precedente allo
scoppio del primo conflitto mondiale. diverse interessanti
immagini sono dedicate all'intervento in libia.
l'epoca delle prime riprese si può dedurre da un
ritratto di due giovani donne, che paiono gemelle. vi si
può infatti osservare il "corriere della sera" del 12
luglio 1914" che riporta notizie, ancora curiosamente
attuali, che riguardano problemi per ferrovie e
complicazioni tributarie; la polveriera dei balcani è
già pronta ad esplodere e a trascinare in guerra
milioni di esseri umani: "voci di accordi tra potenze per
rimediare al caos albanese". in realtà le gemelle
sono frutto di un sapiente trucco fotografico: si tratta
infatti di una doppia esposizione.
dalle immagini si è potuto dedurre che il fotografo
si era sposato al termine della guerra. insieme alle lastre,
sono sopravvissute al tempo una piccola serie cartoline di
nudo di bellezze nordafricane e un'ardente lettera d'amore
firmata amelia.
le riprese lasciano inoltre arguire che l'autore
continuò a vivere una vita agiata (fu fortunato
possessore di una monumentale vettura ansaldo). ebbe da
amelia prima un figlio e poi una bambina. si dedicò a
numerose riprese di nature morte, privilegiando porcellane e
cristalli. sono proprio state queste lastre (una scatola
riporta l'indicazione "negozio") a indurre a richiedere
informazioni presso un vecchio esercizio commerciale di
brescia che tratta da decenni proprio questo genere di
articoli. così, é stato possibile ritrovare la
figlia del fotografo, pinuccia peri, che ha permesso di
identificare con certezza l'autore.
mettere mano a documenti storici ancora inesplorati mi ha
dato subito grandi emozioni e procurato non poche
preoccupazioni. si trattava di togliere quei volti dalla
nebbia del tempo e fare rivivere i loro sforzi e quelli di
tutta una nazione che si dissanguò per portare sulle
montagne quantità impensabili di materiali di tutti i
generi e centinaia di migliaia di uomini, tanti dei quali
non ne ridiscesero mai più.
dal punto di vista tecnico-fotografico mi si proponeva una
sfida appassionante e nuova. ken damy è sempre stato
pronto ad ogni innovazione. da subito ha pensato ad
accostare la tecnologia più evoluta alle lastre
d'epoca. ciò avrebbe permesso di recuperare
informazioni visive altrimenti perse a causa delle
alterazioni delle emulsioni.
si trattava insomma di procedere all'acquisizione e poi al
restauro elettronico delle immagini, per giungere infine al
loro trasferimento su di un supporto durevole che
consentisse di salvare nel tempo le informazioni che
contenevano.
le scansioni sono state effettuate presso lo studio negri
dagli amici mauro negri (che si è poi occupato di
curare le stampe finali) ed alberto faccoli. lo scanner
utilizzato (scitex ever smart) é capace di una
risoluzione di 6400 dpi ottici.
personalmente mi sono invece occupato di classificare il
materiale e di procedere al restauro elettronico delle
immagini acquisite.
sono ormai una trentina d'anni che pratico la stampa
fotografica con le tradizionali tecniche ottico-chimiche e
che mi occupo di studi storici e linguistici nel campo della
fotografia. questo nuovo impegno non poteva evitare di
condurmi a riflettere sulle trasformazioni che la
comunicazione fotografica sta attraversando.
ritengo che lo specifico della fotografia tradizionale sia
da ricercarsi nella continuità fisica della catena di
produzione dell'immagine. il processo mantiene la sua
identità ottico-chimica in ogni fase, cosicché
la diretta impressione che il soggetto genera nel materiale
fotosensibile, si replica attraverso una sequenza
ininterrotta di fenomeni omologhi, tutti legati a
trasformazioni chimiche direttamente indotte dalla luce.
con l'immagine digitale, in uno o più momenti, questa
continuità viene interrotta per affidare la memoria
dell'informazione ad un supporto che cessa di mantenere il
rapporto quasi fisico che lega la luce al materiale
fotosensibile. ci troviamo allora di fronte ad una sorta di
traduzione che, se non altera la figura, ne trasforma
sicuramente la struttura profonda. la restituzione si
esprime infine attraverso i pigmenti che una stampante
applica; non più attraverso le trasformazioni
generate direttamente dalla luce, originariamente riflessa
grazie alla presenza fisica del soggetto stesso.
sono rimasto stregato da quei volti di soldati che la
fotografia ha mantenuto a galla nel mare dell'oblio in cui
la storia affonda la povera gente. l'ingrandimento
progressivo consente di scoprire i più minuti
dettagli fino ad arrivare a perdersi nella trama su cui si
fonda l'intera immagine: la grana fotografica ed il pixel
digitale. qui si gioca lo scontro tra la realtà e
l'arbitrio e si scopre lo specifico della fotografia
digitale.
ho ricominciato molte volte il lavoro da capo. ogni volta
ripartendo da un nuovo livello di consapevolezza. la prima
volta che mauro mi ha visto lavorare su una scansione ha
esclamato allibito: "ma questo non è ritocco
fotografico, questo si chiama dipingere!". il suo non era
ovviamente un apprezzamento. abituato ad un religioso
rispetto delle immagini d'epoca (è l'erede di un
prestigioso ed antico archivio fotografico), intendeva
manifestarmi tutta la sua disapprovazione per ogni
intervento che vada oltre l'integrazione critica.
operare sull'immagine digitale costituisce una singolare
occasione per prendere coscienza di come funzionino i nostri
meccanismi di percezione ed interpretazione visiva.
un'operazione apparentemente semplice e meccanica come il
ritocco si rivela uno spazio d'azione soggetto al capriccio,
quando non addirittura all'illusione. a volte una briciola
bianca sui pantaloni o tra le dita di una mano stava per
essere inesorabilmente cancellata e si rivelava invece,
ingrandita ancora una volta, uno strappo del tessuto o un
mozzicone di sigaretta.
un buco in una pietra può essere vero; se però
non risulta anche verosimile, corre molti rischi di essere
ritoccato e di sparire. ciò che sembra, si trasforma
con facilità in qualcosa che si decide di fare
esistere. in natura non può accadere mai di trovare
in terra due sassolini uguali. nella fotografia digitale
è invece possibile accostare un numero incredibile di
oggetti replicati, assolutamente identici (foglie, per
esempio), mantenendo comunque la raffigurazione
perfettamente plausibile, anzi perfino più
realisticamente accettabile di una presenza a volte
ingannevolmente impropria.
mi piace definire "clonazione della microrealtà"
quest'operazione di ricostruzione di brandelli ormai
irrecuperabili del vero; tanto facile e comoda da generare,
per riempire i vuoti della memoria fotografica, e tanto
difficile da controllare nei limiti dell'indispensabile. il
rischio è quello, terribile, di ricusare quello che
esiste e di inventare quello che sembra. negare i baffi ad
un viso lontano, che sembra solo sporco, e ricucire uno
scarpone, perché non pare rotto... sono solo dettagli
o è forse il primo passo verso alterazioni di sempre
maggiore rilevanza, adottate solo perché
soggettivamente convenienti?
l'illusorio mito dell'obiettività fotografica trova
nell'immagine digitale il suo esasperato vertice, dove
finzione ed autenticità si confondono
inscindibilmente. riconoscere un accettabile livello di
compromesso, proprio in relazione ad immagini d'eminente
valore storico, non è forse definitivamente
possibile.
personalmente ho tentato di mantenere sostanzialmente ogni
lastra nell'oggettività di ciò che sembrava
mostrare, con i suoi difetti e con gli inevitabili segni del
tempo.
gli interventi effettuati appartengono prevalentemente
all'ambito del controllo più eminentemente
fotografico su aree specifiche dell'immagine: schiarimenti,
mascherature, modificazione delle curve di livello,
adattamenti di contrasto e di luminosità...
gli effetti degli stress meccanici e chimici sono stati solo
parzialmente nascosti, unicamente per quel tanto che la
leggibilità ne potesse trarre giovamento.
certamente le stampe avrebbero potuto assumere l'aspetto del
nuovo e del perfetto.
non ci è però sembrato eticamente corretto che
una guerra fatta di pulci, fango, sangue e stracci (ma
esistono guerre meno sporche?) potesse essere rappresentata
da una serie di nitidissime stampe, tutte perfettamente
sterilizzate e linde.
eppure queste lastre conservano traccia di qualcosa di
grande ed orgoglioso, forse d'enorme e di tragico. rimangono
comunque parte viva delle nostre radici.
( gabriele chiesa )
[ la grande guerra ]
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