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“Gibigiana” è un
gioco di luce riflessa su uno specchio e sulla luce La Fosca
ha fondato gran parte
del suo lavoro come nelle opere che da questa apparivano
per
una sorta di magia,
scrivendo con sottigliezza stratificata
una delle poche vere
pagine nuove dell’Arte degli anna Ottanta.
E la riflessione è un dono dell’animo oltre
che della mente,
sta nell’apparire e nel disparire,
come i desideri, le passioni.
Quindi ora La Fosca si fa “Gibigiana” lui stesso,
focoso interprete del mondo
e delle sue storture, come se
ne volesse rilanciare l’abbaglio oltre i deboli artifici
del
nostro spettacolo quotidiano, oltre i confini omologati degli
occhi persi alla verità, alla luce appunto.
C’è semplificazione ed iterazione in questo
lavoro, naturale ed artificiale al tempo stesso, un poco
come accadeva nell’”Universo Pop” che tentava
di incorniciare l’icona spaurita
del processo massmediale,
altrettanto distorto allora, facendo del “realismo”.
Ora, in queste opere, realismo più crudo di così credo
non ne esista, solo che i tempi sono cambiati ,
al di là del moderno non si possono che riflettere
i mutamenti estranei ad un semplice sguardo,
c’è una sorta di biologia-sociale nel mezzo,
corroborata da DNA collettivi ed efferate mutazioni.
E’ inutile che i bollettini quotidiani dei nostri riti
comunicativi si ostinino ad usare parole ed immagini
di un vocabolario scomparso ancora ai tempi dell’Enciclopedia
di Ukbar
che per prima usò le parole riflesse come
se fossero di una razza a parte.
Lo sottolinea anche La Fosca usando come incipit al suo lavoro “
Il
sentiero dei giardini che si biforcano” in cui Borges
primariamente
segue le tracce di questo trapasso.
Ora si può fare di più, una razza nuova può tornare
ad essere “pubblica”.
Basta alzare una mano, calzare lo specchio del tempo, che
per molto tempo era stato dimenticato
in un angolo, e rilanciare oltre il confine dello sguardo
quella che non è certamente più la periferia
del mondo ma la nuova tensione metropolitana globale di cui
il nostro autore tenta utopicamene
un “detournement riflessivo” con cui ci ha sorpreso
attraverso un abbaglio.
Piero Cavellini |