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ecologia del linguaggio fotografico
immaginiamo di dover definire per gioco le
traiettorie principali lungo le quali prende senso
la deriva delle immagini fotografiche che oggi da
ogni angolo della nostra vita ci scrutano,
interrogano, seducono. per semplicità e col
piacere tremolante che sempre ogni arbitrio ci dona
nominerò tre traiettorie di fuga: abbiamo
una deriva artistica che vede la fotografia
rincorrere l'arte tout court; si riconoscono
facilmente i molteplici modi dell'abbellimento
dell'oggetto o situazione (fotografata) della
pubblicità e della moda; continua con
successo l'approccio alla realtà del
fotogiornalismo, sempre più proiettato
però alla strenua ricerca del
sensazionalismo, della foto shock, dell'orrore
visivo... utilizzo il concetto di deriva per
significare ogni dubbio possibile sul fatto che ci
possa essere una evoluzione del linguaggio
fotografico guidata dall'idea di un qualsivoglia
progresso. infatti la traiettoria artistica, pur
con conquiste visive di grande valore estetico,
formale e simbolico, ha disseminato anche un mare
di immagini inguardabili, gettate in pasto ai
nostri occhi con presunzione, arroganza,
supponenza. per non parlare dell'overdose di
immagini fotografiche proposteci dal sistema moda,
un'infinità di scatti perfetti, bellissimi,
ma inflazionati a tal punto da risultare spesso
invisibili, impalpabili allo sguardo. infine il
fotogiornalismo sembrava avere smarrito la seriosa,
elegante aderenza al reale delle origini, depistato
dalla rincorsa allo scoop ad ogni costo,
dall'ipervisibilità di ciò che
è notiziabile, dalla sottolineatura della
notorietà fine a se stessa. il lavoro di
lorenzo merlo sembra presupporre il punto di vista
scettico sul valore della deriva del linguaggio
fotografico che ho sintetizzato sopra. le sue
fotografie rifuggono gli estetismi fini a se
stessi, quasi quanto rifuggono la mascherata
dell'abbellimento. non essendo un cultore del
formalismo o dei surrealismi fotografici degli
scatti artistici, non praticando il mestiere del
fotoreporter o dell'image makers modaiolo,
approcciando per contro, la fotografia con un
retroterra di esperienze e conoscenze teoriche e
storiche fuori dal comune, l'autore cerca di
afferrare la realtà attraverso il linguaggio
fotografico secondo una tecnica caratterizzata da
un ammirevole serioso realismo, privo di ogni
retorica. ove esiste una fotografia deve potersi
vedere un mondo reale catturato nell'attimo in cui
il tempo è fermato non da una passione
(dello sguardo), ma dalla pregnanza di una
situazione descritta col minimo di invadenza
soggettiva. il potere ristrutturante il reale della
fotografia deve introdursi nel frammento di vita
che consegnerà ad un altro tempo, ad un
altro spazio, in punta di piedi, evitando di
accendere l'esibizionismo o la reticenza degli
incolpevoli attori. la messa a fuoco perfetta di
tutti gli oggetti che appartengono allo spazio
fotografico selezionato, permette una gerarchia di
forme significanti assolutamente contestuale, una
gerarchia che lega il soggetto al proprio confine,
negandogli ogni idealizzazione. la foto orizzontale
contribuisce in modo determinante ad una
distribuzione dei pesi visivi degli oggetti
catturati nel campo fotografico tale da decentrare
il valore di ciascuno di essi rispetto ad un centro
che sembra oscillare da una forma all'altra,
costringendo lo sguardo del fruitore a rapidi
movimenti che fanno corrispondere il guardare ad
una lettura, come se la foto corrispondesse ad una
descrizione. se nel primo libro lorenzo merlo, "le
donne hanno radici nella luna", stupiva la durezza
del suo sguardo sulla donna e attraverso il bianco
e nero, una forte accentuazione di una fisiognomica
inespressiva, dominata in alcune foto da una
inquietante distanza del soggetto, accentuavano il
realismo della posa piegandola a significare
l'alterità del femminile, il suo essere in
quel momento altrove rispetto l'effervescenza
maschile... se nel suo secondo libro il
romanticismo del viaggio attraversa le foto che
documentano la fame di spazio dell'autore... con il
libro sui cubani, lorenzo merlo porta a compimento
uno stile caratterizzato dalla ricerca di una
ecologia dell'immagine fotografica. I cubani rapiti
insieme al loro mondo, pagina dopo pagina,
consegnati in un limbo fotografico pieno di una
umanità in enigmatica attesa, raccolti nella
maggioranza degli scatti in configurazioni di
gruppo che mi rimandano un significato di
tranquillità indifferenza verso una
realtà carica di contraddizioni, sembrano
possedere una verità debole che stride con
gli stereotipi visivi di tanti reportage da cuba.
l'approccio ecologico dell'autore avvicina il
soggetto al suo mondo. la foto allora sembra
proporre una plausibilità che da scacco ad
ogni sorpresa, meraviglia, differenza. le forme
nello spazio fotografico si distribuiscono secondo
un disegno che non è quello delle intenzioni
del fotografo, il quale, rimasto ai margini di
forze (visive) libere di creare una significazione
sottile e raffinata, ci trasmette trasversalmente
un prudente rispetto per un mondo che pur indaga e
quindi sconvolge. questa verità debole,
rispettosa del dubbio e di domande che cerca di
suggerire e mai di gridare, una vera e propria
ecologia del linguaggio fotografico, mi pare la
conquista più ragguardevole di uno stile che
punta decisamente verso un'etica del
fotografabile.
( lamberto cantoni )
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