lorenzo merlo
cubani





ecologia del linguaggio fotografico
immaginiamo di dover definire per gioco le traiettorie principali lungo le quali prende senso la deriva delle immagini fotografiche che oggi da ogni angolo della nostra vita ci scrutano, interrogano, seducono. per semplicità e col piacere tremolante che sempre ogni arbitrio ci dona nominerò tre traiettorie di fuga: abbiamo una deriva artistica che vede la fotografia rincorrere l'arte tout court; si riconoscono facilmente i molteplici modi dell'abbellimento dell'oggetto o situazione (fotografata) della pubblicità e della moda; continua con successo l'approccio alla realtà del fotogiornalismo, sempre più proiettato però alla strenua ricerca del sensazionalismo, della foto shock, dell'orrore visivo... utilizzo il concetto di deriva per significare ogni dubbio possibile sul fatto che ci possa essere una evoluzione del linguaggio fotografico guidata dall'idea di un qualsivoglia progresso. infatti la traiettoria artistica, pur con conquiste visive di grande valore estetico, formale e simbolico, ha disseminato anche un mare di immagini inguardabili, gettate in pasto ai nostri occhi con presunzione, arroganza, supponenza. per non parlare dell'overdose di immagini fotografiche proposteci dal sistema moda, un'infinità di scatti perfetti, bellissimi, ma inflazionati a tal punto da risultare spesso invisibili, impalpabili allo sguardo. infine il fotogiornalismo sembrava avere smarrito la seriosa, elegante aderenza al reale delle origini, depistato dalla rincorsa allo scoop ad ogni costo, dall'ipervisibilità di ciò che è notiziabile, dalla sottolineatura della notorietà fine a se stessa. il lavoro di lorenzo merlo sembra presupporre il punto di vista scettico sul valore della deriva del linguaggio fotografico che ho sintetizzato sopra. le sue fotografie rifuggono gli estetismi fini a se stessi, quasi quanto rifuggono la mascherata dell'abbellimento. non essendo un cultore del formalismo o dei surrealismi fotografici degli scatti artistici, non praticando il mestiere del fotoreporter o dell'image makers modaiolo, approcciando per contro, la fotografia con un retroterra di esperienze e conoscenze teoriche e storiche fuori dal comune, l'autore cerca di afferrare la realtà attraverso il linguaggio fotografico secondo una tecnica caratterizzata da un ammirevole serioso realismo, privo di ogni retorica. ove esiste una fotografia deve potersi vedere un mondo reale catturato nell'attimo in cui il tempo è fermato non da una passione (dello sguardo), ma dalla pregnanza di una situazione descritta col minimo di invadenza soggettiva. il potere ristrutturante il reale della fotografia deve introdursi nel frammento di vita che consegnerà ad un altro tempo, ad un altro spazio, in punta di piedi, evitando di accendere l'esibizionismo o la reticenza degli incolpevoli attori. la messa a fuoco perfetta di tutti gli oggetti che appartengono allo spazio fotografico selezionato, permette una gerarchia di forme significanti assolutamente contestuale, una gerarchia che lega il soggetto al proprio confine, negandogli ogni idealizzazione. la foto orizzontale contribuisce in modo determinante ad una distribuzione dei pesi visivi degli oggetti catturati nel campo fotografico tale da decentrare il valore di ciascuno di essi rispetto ad un centro che sembra oscillare da una forma all'altra, costringendo lo sguardo del fruitore a rapidi movimenti che fanno corrispondere il guardare ad una lettura, come se la foto corrispondesse ad una descrizione. se nel primo libro lorenzo merlo, "le donne hanno radici nella luna", stupiva la durezza del suo sguardo sulla donna e attraverso il bianco e nero, una forte accentuazione di una fisiognomica inespressiva, dominata in alcune foto da una inquietante distanza del soggetto, accentuavano il realismo della posa piegandola a significare l'alterità del femminile, il suo essere in quel momento altrove rispetto l'effervescenza maschile... se nel suo secondo libro il romanticismo del viaggio attraversa le foto che documentano la fame di spazio dell'autore... con il libro sui cubani, lorenzo merlo porta a compimento uno stile caratterizzato dalla ricerca di una ecologia dell'immagine fotografica. I cubani rapiti insieme al loro mondo, pagina dopo pagina, consegnati in un limbo fotografico pieno di una umanità in enigmatica attesa, raccolti nella maggioranza degli scatti in configurazioni di gruppo che mi rimandano un significato di tranquillità indifferenza verso una realtà carica di contraddizioni, sembrano possedere una verità debole che stride con gli stereotipi visivi di tanti reportage da cuba. l'approccio ecologico dell'autore avvicina il soggetto al suo mondo. la foto allora sembra proporre una plausibilità che da scacco ad ogni sorpresa, meraviglia, differenza. le forme nello spazio fotografico si distribuiscono secondo un disegno che non è quello delle intenzioni del fotografo, il quale, rimasto ai margini di forze (visive) libere di creare una significazione sottile e raffinata, ci trasmette trasversalmente un prudente rispetto per un mondo che pur indaga e quindi sconvolge. questa verità debole, rispettosa del dubbio e di domande che cerca di suggerire e mai di gridare, una vera e propria ecologia del linguaggio fotografico, mi pare la conquista più ragguardevole di uno stile che punta decisamente verso un'etica del fotografabile.
( lamberto cantoni )


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