Biennale Internazionale
di Fotografia di Brescia 2004
Chiostro di
San Francesco
Via S.
Francesco d'Assisi 3/a - Brescia
Homo viator
di Roberto
Dotti
a cura di Giuliana
Scimé
da un progetto di P.Paolo Floretta
110 immagini in b/n 50x60 cm
L’avventura
dello spirito
“ Passatempi e droghe, e articoli di giornali:
E sempre sarà, alcuni di essi soprattutto
Quando le nazioni sono in afflizione e sgomento
Sia sulle coste dell’Asia che in Edgware Road.
La curiosità degli uomini indaga il passato e il futuro
E si aggrappa a questa dimensione. Ma capire
Il punto di intersezione del senza tempo
Con il tempo, è lavoro da santi-
Nemmeno lavoro, ma qualcosa che è dato
E tolto, nell’annientamento di tutta la vita nell’amore,
Nell’ardore e altruismo e dedizione.
Per molti di noi, vi è soltanto l’inatteso
Momento, il momento dentro e fuori dal tempo,
L’attimo di distrazione, perso in un raggio di sole,
Il timo selvatico non visto, o il lampo d’inverno
O la cascata, o la musica udita così profondamente
Da non udirla affatto, ma voi siete la musica
Finchè la musica continua.”
Thomas S. Eliot
Thomas S. Eliot è l’inventore di un nuovo
stile della poesia.
Rapide immagini, in apparenza contrastanti e contraddittorie, si fondono in un
linguaggio in continua variazione di lirismo e prosaico, di eleganza e banalità,
di bellezza e volgarità.
Sperimenta le tecniche e raggiunge il più alto momento del suo lavoro
con Four Quartets (Quattro quartetti), 1935-1942, dalla struttura simile ad una
sinfonia musicale che ha come leit motiv il tempo: passato e presente, il significato,
le conseguenze e la riflessione sull’eternità.
Potrà sembrare perlomeno bizzarro, introdurre un lavoro in fotografia
con riferimenti alla poesia e in particolare a Eliot, ma la poesia è l’arte
non visuale che meglio aderisce alla fotografia: entrambe comunicano per immagini
metaforiche, e per virtuosa sintesi.
Inoltre, i Quattro quartetti di Eliot sono pervasi da un sentimento religioso
profondissimo e svincolato da qualsiasi connotazione. L’incarnazione, l’intersezione
del tempo con il concetto, assai difficile da rendere nostro, dell’eternità e,
soprattutto, la scoperta della conoscenza intima in improvvisi e inaspettati
momenti di rivelazione che accogliamo quasi con incredulo stupore.
Il viaggio dell’individuo che, attraverso esperienze e frammenti di conoscenza,
compie il pellegrinaggio alla ricerca della vita interiore.
Homo Viator di Roberto Dotti, è appunto il pellegrinaggio fisico e metaforico
in terre vicine e lontane, contemporaneamente, a seconda dell’attitudine
spirituale di chi lo affronta.
Nell’epoca degli inclusive tour, dei voli a basso costo, maree di persone
si spostano incessantemente da un punto all’altro del Pianeta. E’ desiderio
di conoscenza, ma anche costume del ‘villaggio globale’. ‘Al
passo con i Jones’, parafrasando Mac Luhan che tuttavia non aveva previsto
le migrazioni turistiche di massa.
Ma come si accostano questi viaggiatori dell’era contemporanea ai luoghi
sacri della cultura universale? Spesso con la guida turistica in mano, osservando
la superficie delle cose, senza alcun desiderio di penetrare i significati.
Il tempo che porta da un punto all’altro è troppo breve, le difficoltà superate
dalle organizzazioni turistiche, al massimo infastidisce il ritardo di un volo
o la modesta accoglienza alberghiera.
Il viaggio che compie Dotti è di ben altra natura, ed è recupero
di ritmi che lasciavano spazio alla riflessione.
Le sue immagini rispecchiano l’esperienza dell’incontro e della sorpresa
di riconoscere tutti gli uomini davvero uguali, un sublime concerto corale in
cui tutte le voci sono protagoniste e, in armoniosa sintonia, alzano la cristallina
voce al Divino.
Il percorso è di semplicissimo tracciato, in apparenza, se non fosse così complesso
il senso intimo di questo percorso.
E così deve essere. Soltanto le fotografie ‘semplici’, non
semplicistiche, sanno parlare il linguaggio del cuore e dell’animo.
Oggi, come forse mai prima, l’uomo si sente smarrito, un viandante senza
meta né dimora, incapace di guardare dentro se stesso e di accogliere,
privo di pregiudizi e devianti impostazioni, i suoi simili.
Homo viator rappresenta la prima stesura di un rivoluzionario, e avveniristico,
trattato teologico che sostituisce con attualissime icone, le fotografie, le
pazienti miniature e le scritture degli antichi codici. Il tempo, ancora. E la
scala dei rapporti fra passato, presente, futuro ed eternità.
I frati della Basilica di Sant’Antonio, i socii beati Antonii, accompagnano
Roberto Dotti e lo conducano attraverso i luoghi e le genti, gli indicano gli
elementi della loro missione sulla Terra e la trascendente dimensione del loro
operare.
Iconografi del XXI secolo, affidano alla fotografia la responsabilità di
celebrare gli ottocento anni di continuità evangelica che da Padova, quale
onda fertile, bagna il mondo intero.
Ma tutti i Paesi e i luoghi non sarebbe stato possibile toccare. Per questo primo
capitolo, l’interesse si è appuntato sull’Italia, su Istanbul
e Terra Santa, con una breve incursione in Australia realizzata da Padre Paolo
Floretta, fotografo esordiente e di agile capacità visuale.
Un frammento nel vasto universo della presenza antoniana, però necessario
e insostituibile per comprendere.
Dotti, di vocazione fotogiornalista – si ricordano i suoi sensibili reportage
a colori sull’India – in un certo senso ‘si sdoppia’ in
questo lavoro: riprese dirette, colte con studiata riflessione, e immagini costruite
che faranno gridare allo scandalo più di un obsoleto purista della fotografia.
Altro punto determinante d’adesione fra la sublime poesia di Eliot e il
lavoro di Roberto Dotti: la duttilità delle tecniche.
La scelta è obbligata dall’urgenza di comunicare con efficacia stringente
una galattica di significati, presenze, interventi, trascendenze, realtà e
incontri che altrimenti sarebbero di pallida penetrazione intellettuale.
Però, le costanti rappresentative di queste immagini sono sempre ben ancorate.
Costanti che definiscono con precisione i concetti, senza sbavature e facili
orpelli visuali, né ricamate abilità da fotografo consumato.
La luce. Lame di luce che tagliano il fotogramma e lo dominano.
Simbolica presenza del Divino, e ‘via’ per attraversare i vincolanti
confini nei quali siamo costretti dalla nostra carnalità, per aspirare
a una visione superiore e all’introspezione.
La mano. Spesso invade il primo piano. Non ricordo chi sottolineò che è lo
strumento più duttile dell’uomo e quello che innegabilmente ci distacca
dagli animali.
In Homo viator la mano assume molteplici significati: protezione, aiuto, benedizione,
preghiera, umiltà, ringraziamento. E’ la summa visuale di sentimenti
e azioni, di professione di fede che accomuna ogni individuo, e non importa a
quale religione appartenga.
La fede è un dono. Privilegiato colui che lo riceve e lo sa accogliere.
E ‘oggetti’ di valenza simbolica: il saio che, in immagini di grande
rigore formale, funziona quale quinta protettiva fra noi e l’esterno; il
cingolo, contrappunto identificativo ed esternazione visuale di grati doveri.
Ed anche di volontà ecumenica che abbraccia tutte le fedi; il pane, cibo
per la sopravvivenza terrena, e dell’anima; il giglio, la purezza dei pensieri.
E poi le presenze: i bambini e gli animali. Gli innocenti. E c’è da
interrogarsi se proprio loro, questi senza colpa alcuna, non stiano portando
l’insostenibile peso del dolore del mondo.
I luoghi di questo cammino sono tappe di quel viaggio interiore che ci aiuterà a
trovare la comunione con il Divino.
La Basilica di Padova è la speranza e il ringraziamento. Gesti, commozioni,
intensità che Dotti sorprende con rapido sguardo. La tensione è palpabile
in immagini sommesse, appena sussurrate, perché il clamore delle apparenze
vanificherebbe il sentimento purissimo dell’incontro.
Così a Camposampiero, Arcella, Noventa, Monselice, Assisi, Roma…
Si riprende il cammino e ci si ritrova in realtà diverse, più tese,
a Istanbul dove i valori dell’universalità della fede risplendono
di luce magica. Eppure, le costanti emozionali rimangono invariate.
E’ proprio abbattendo i confini delineati dalla politica geografica che
l’identificazione con l’altro è pregnante.
E tale identificazione trova il suo apogeo in Israele, la Terra Santa delle tre
religioni monoteiste.
Il dolore dei popoli si stempera nel sentimento di comunità. La fede è talmente
tangibile, un fatto oggettivo e magicamente trascendente, che Roberto Dotti fissa
immagini di travolgente bellezza, e significato.
Il pellegrinaggio, il viaggio spirituale, è compiuto. E domina l’amore,
la letizia di dividere con gli altri le difficoltà e di lottare con tutta
la forza del nostro essere.
Le immagini scivolano discrete dentro di noi e ci aiutano a compiere la nostra
personalissima avventura dello spirito.
Giuliana Scimé
dal 12 giugno al 5 settembre 2004
orario dalle 9 alle 11.30 e dalle 16 alle 18
sabato pomeriggio e domenica chiuso
inaugurazione
sabato 12 giugno alle ore 10
chiusura estiva dal 2 al 29 agosto
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