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Biennale Internazionale
di Fotografia di Brescia 2004
Santa
Giulia Museo della Città
Via Musei 81/b - Brescia
Lucien Hervé
Fotografie di
architettura - Le Corbusier
20 vintage print - 20 print later
a cura di Fabio Castelli e Silvana Turzio
Le vite eccellenti sono baciate dal destino, si dice. E' il caso anche di Lucien
Hervé. Si legge sempre che è stato scoperto quesi per caso da Le
Corbusier nel 1949 dopo che aveva fotografato a Marsiglia la Cité Radieuse
ancora in costruzione. L'aneddoto è di qualità: Lucien Hervé vede
in cantiere un cartello "I signori fotografi sono pregati di consegnare
le fotografie scattate". Ligio all'invito, Hervé spedisce all'architetto
le immagini che ha scattato in un giorno solo, 650, forse di più, con
tanto di provini a contatto. Lui, Le Corbusier, guarda stralunato: inquadrature
spigolose e storte che ricordano quelle tanto diffuse negli anni Trenta, ma questa
sono più dure, insolite nel loro essere prive di concessioni, ombre nette
come grandi tratti neri a righello che costruiscono una superficie geometrica,
operai sperduti e isolati in macchie di luce, grana del cemento a vivo, tagli
asimmetrici, volumi che chiudono lo spazio in primo piano per una buona metà della
fotografia e si aprono verso punti di fuga laterali, immagini sgraziate, senza
rispetto alcuno della documentazione planimetrica, incuranti della sezione aurea,
dimentiche della necessità di calibrare le tonalità dei grigi per
rendere leggibile il dettaglio. La fotografia non serve per capire l'intenzione
dell'architetto. Però è viva. Viva la materia come Le Corbusier
l'aveva pensata, e mai vista prima in fotografia. Viva e vibratile la stampa
dalla quale emana uno strano magnetismo: si comincia a guardare e non si smette,
attratti dalla scansione di pertugi luminosi e di grandi zone d'ombra che restituiscono
la stessa percezione fisica di caldo e freddo di quando si entra e si esce realmente
dalla costruzione. Le Corbusier pensa a questo Lucien Hervé - ma chi sarà mai,
deve essere quello delle fotografie della Tour Eiffel, così insolite… -
e gli scrive "lei sa vedere l'architettura, venga a trovarmi…"Lucien
Hervé scopre l'architettura e la sua vita cambia direzione, ma contrariamente
allestorie da leggenda, non si avventura senza un bagaglio costituito prima.
Fotografo, lo era già prima della guerra. Quando entra nel 1938 nel mondo
della fotografia, lo fa per caso, come molti emigrati dai paesi dell'Est, ma
non è un caso se prende la via maestra: Marianne, dove pubblica la sua
prima fotografia, è edita da un giovane e spericolato Gallimard, è diretta
da Georges Kasse! - i due sono gli stessi di Detective, il primo mensile di cronaca
nera, è disegnata da Lucien Vogel, che aveva voluto anche la famosa Vu,
dove approderà poco dopo anche Lucien Hervé. Marianne è il
solo periodico che pubblica in grande formato anche le immagini, che ricorre
a un'alta qualità tipografica e grafica, che ospita le migliori penne
e chiama i migliori fotografi. E allora bisogna pensare che, oltre ad una buona
dose di fortuna, questo giovane ungherese avesse soprattutto del talento. Siamo
alla fine degli anni Trenta. La stampa quotidiana e periodica è arrivata
negli ultimi dieci anni all'apice di una trasformazione radicale indotta dalla
diffusione della fotografia nei tre settori che la compongono: l'informazione,la
moda, e la pubblicità. Parigi, a detta dei professionisti, è uno
dei centri più importanti per la fotografia. Convivono sperimentazioni
e uso documentario, la ricchezza visiva e letteraria di riviste rivoluzionarie
come Minotaure e Documents e i primi reportages di Capa in Spagna per Vu, l'impegno
per il reportage di ampio respiro e le fotografie di una Germaine Krull rigorosa
nella costruzione dei volumi architettonici , le espressioni della prima fotografia "umanista" leggera
e ironica e le serie inquietanti di Ubac. C'è tanto e di tutto. Grande
libertà espressiva, ma anche grande probabilità di produrre immagini
già viste nel seguire le orme dei fratelli maggiori. Lucien Hervé invece,
mostra un tratto tutto suo, inconfondibile. Le poche immagini d'epoca di questo
periodo sono istantanee scattate in strada, di "reportage" si potrebbe
dire, se non fosse che la dominante delle ombre che Hervé usa come pennellate
sul negativo è così forte che il soggetto quasi scompare davanti
alla loro prepotenza. E' evidente da subito l'interesse per l'astrattismo della
superficie fotografica più che la narrazione.
Le sue fotografie, anche le più documentarie, sono sempre costruite sui
rapporti tra la profondità data dalle sfumature nelle masse dei grigi
e la densa materia dei toni scuri che blocca lo sguardo in superficie. I personaggi,
anche nelle immagini più vicine alla coeva corrente umanista, parente
della nostra fotografia neorealista, sono puntiformi misure antropometriche di
spazi scanditi da elementi urbani, geometrie di bianchi e neri. Quando, dieci
anni dopo, si misura con l'architettura, ritrova l'armonia iniziale. Lo spazio
del cielo è quasi sempre cancellato a favore di vuoti e pieni calibrati
come in una scultura. La sua, è stato detto, è un'estetica del
vuoto. Città, architetture sono luoghi dove gli uomini si agitano forse
solo per tracciare sui muri o sul selciato ombre da disegnare sulla pellicola..
Fabio Castelli
e Silvana Turzio
dall'11 giugno al 5 settembre 2004
orario dal martedì alla domenica dalle 10 alle 18
lunedì chiuso
inaugurazione
venerdì 11 giugno alle ore 17
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