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Biennale
Internazionale di Fotografia di Brescia 2004
Laba – Libera
Accademia di Belle Arti
Via Don Vender 66 Brescia
Jean Janssis
Accademia
a cura di Ken Damy e Mauro Corradini
50 gomme bicromate su carta da disegno 78x108 cm
Tra le fotografie di Edvard Munch, che anche come fotografo, oltre che come grandissimo
pittore della contemporaneità, andrebbe rimeditato, occorre recuperare
una immagine da lui realizzata nel 1907 e dedicata a Rosa Meissner all’hotel
Rôhne. La fotografia nasce a Warnemünde, dove l’artista soggiorna
sul finire di quell’anno; l’immagine raffigura la modella Rosa, in
piedi, di profilo, in una posa “di movimento”, come mostra la gamba
sinistra leggermente ripiegata all’indietro; alle sue spalle un divano-letto
con cuscini e un lenzuolo bianco per eventuali pose; il divano è posto
contro una parete, tappezzata a riquadri regolari (e un po’ ossessivi).
Dietro questo divano si innalza un figura chiara, appena leggibile, una sorta
di apparizione trasparente. La figura, una sovrapposizione in fase di stampa,
rappresenta lo stesso Munch, probabilmente ritratto in uno specchio con la macchina
fotografica in mano. Il pittore/fotografo a malapena si scorge: appare come un
fantasma, come un bagliore leggermente più chiaro sul grigio a riquadri
della tappezzeria. In questo contrasto tra pittore e modella c’è la
sottolineatura indiretta di quello, ben più profondo e dichiarato, tra
artista e storia, tra artista (contemporaneo) e storia (accademica): la modella è la
forma, così come vuole la tradizione artistica europea; statuaria e ben
delineata, Rosa costituisce l’essenza stessa della figura, è forma
all’ennesima potenza; al suo fianco, appena leggibile, l’artista
d’inizio secolo in crisi d’identità; egli non c’è,
non c’è ancora, forse non c’è più; è una
presenza assente, un bagliore, un fantasma appunto.
Nella fotografia di Munch la storia di una vicenda, tra artista e modello, che
attraversa gli ultimi due secoli nella storia dell’arte e, in forme diverse,
attraversa anche i tempi più recenti, nonostante la modificazione avvenuta
delle procedure espressive. Jean Janssis con le sue fotografie di modelli e modelle
si colloca agevolmente in questa vicenda; anche per il fotografo olandese il
corpo è la forma, la bella forma. Sceglie per questo corpi giovani, li
fotografa “tagliando” sovente la testa, che fuoriesce dall’idea
di forma. Rose di Munch tiene la testa leggermente chinata, come se guardasse
qualcosa sul terreno; i modelli e le modelle di Janssis non hanno normalmente
volto, quando la fotografia non raffiguri un dettaglio del solo volto o, al massimo
del tronco con capo. I corpi appaiono per quel che sono, corpi e basta, spesso
addirittura torsi e basta; l’immagine si spinge sovente solo fino al polpaccio.
in quello che, mediando dal cinematografo il linguaggio, si definisce “piano
americano”.
Il modello giovane, il corpo fresco: la bella forma. Letto, non ostentato; osservato
e accarezzato con gli occhi, non esibito.
Per questo Janssis stampa le sue immagini su carta da disegno con l'antica tecnica
della gomma bicromata, che mantiene e conserva una grana che sfuma l’immagine,
la rende in parallelo quel che il disegno accademico era un tempo. Con una variante
essenziale: il corpo di Janssis è libero, simbolicamente mostrato con
oggetti o frutti o fiori, per definirne l’interiore libertà. Appare
senza ostentazione, si diceva.
Compie una ricognizione il fotografo belga per rileggere la forma, il suo morbido
muoversi nello spazio, interpretato come luogo neutro, luogo di posa. Non dunque
la quotidianità, la realtà occasionale, ma l’accademia. E
a volte la citazione, che rinvia alla pittura tradizionale, quando il corpo era
la forma, riemerge prepotentemente all’interno del rigore del bianco e
nero che, nella sua morbida composizione diviene molteplici cromie, i colori
leggeri del corpo appaiono quasi in filigrana, e la forma ritorna ad essere quella
straordinaria immagine, carica di intensità e di emozione.
Carica di sensualità, non di erotismo: “siamo noi a fare l’amore,
si chiede Charles-Henri Favrod, o non è piuttosto l’amore a fare
noi?”. In questa luce, le figure di giovani che Janssis mette in posa per
noi divengono figure d’amore, figure sensuali per interna forza poetica:
nulla nei gesti o nelle pose può mai alludere all’erotismo. Il fotografo è attento
a spogliare l’immagine di ogni possibile allusione; anche il taglio del
corpo, la ripresa del solo frammento, contribuisce allo scopo. Ci porta alla
pelle, alla dimensione del corpo, come assoluto di bellezza, nella sua immobilità:
attoniti, ci accostiamo al corpo per coglierne e fare nostro il concetto formale.
Janssis si colloca in una tradizione poetica, tipicamente europea, che a partire
dalla metà dell’Ottocento,ha costruito attorno al corpo uno propria
rivoluzione, assai diversa da quella dello stile. E in questo suo “porsi”,
Janssis dichiara apertamente il valore poetico della fotografia, poesia come
ogni immagine, allo stesso livello.
Se è pur vero che solo le neo-avanguardie a cavallo degli anni cinquanta-sessanta
del secolo scorso hanno sdoganato la fotografia, riconducendola a tutti gli effetti
nel mondo dell’arte visiva (e lo stesso “conio terminologico” è una
cartina di tornasole di questa assunzione, comparendo grosso modo proprio negli
anni sessanta), sono gli artisti come Janssis che hanno agito da scoperta e reinvenzione:
poiché si sono rapportati all’accademia con lo strumento proprio
del clic fotografico, e senza venir meno alle procedure del mezzo, senza imitare
le procedure della pittura, hanno costruito una riflessione che si presenta a
noi con la forza dell’invenzione. In questo senso l’accademia di
Janssis è attuale; rivede la storia, non la rinnega, la rinnova.
Mauro Corradini
dall'11 giugno al 5 settembre 2004
orario dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 19.30 – sabato
dalle9.30 alle 12.30
sabato pomeriggio e domenica chiuso
inaugurazione
venerdì 11 giugno alle ore 20
torna su
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Jean Janssis |
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| Jean Janssis: aspirateur d'âmes |
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Jean Janssis: empoignade |
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| Jean Janssis: Isabelle |
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Jean Janssis: Salomé |
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