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Biennale Internazionale
di Fotografia di Brescia 2004
Università Cattolica
Sala Chizzolini
Via Gabriele Rosa - Brescia
Ugo Mulas
Barnett Newman
New York 1967
a cura di Francesco Tedeschi
con la partecipazione degli allievi del corso Organizzazione di eventi artistici
tenuto da Piero Cavellini
Ugo Mulas:
Barnett Newman e il suo studio, New York 1965-67
L’iniziativa di questa mostra nasce all’interno di un laboratorio,
tenuto da Piero Cavellini presso l’Università Cattolica a Brescia,
che ha per oggetto l’organizzazione di mostre. Un gruppo di studenti, guidati
da un esperto del settore, “apprende facendo”, nel misurarsi con
una delle fasi più impegnative e delicate, ma anche più soddisfacenti,
delle attività nel campo dell’arte visiva: quello di progettare
una mostra, di selezionare i materiali da presentare, organizzarli, preoccuparsi
del contorno fatto di promozione della manifestazione, di allestimento dei testi
esplicativi, nonché della necessità di garantire l’apertura
dello spazio espositivo e presentare il risultato del loro lavoro.
Per la riuscita dell’iniziativa, sono decisivi i materiali originali a
disposizione, e vanno ringraziati in questo caso la direzione della sede dell’università e
gli organizzatori della “Biennale di fotografia” di Brescia, che
hanno reso possibile che questa mostra potesse diventare momento di rapporto
con la città, oltre che squisitamente didattico.
Oggetto di questa mostra è il servizio fotografico dedicato da Ugo Mulas
a Barnett Newman a metà degli anni Sessanta, nel corso di uno dei suoi
soggiorni a New York.
Molte delle immagini presentate sono poco o per nulla conosciute
e per questo l’occasione ha un prestigio particolare. Come dice Mulas nel
suo volume sulla fotografia, a proposito degli artisti incontrati a New York,
la sua intenzione non era tanto di cogliere come un artista lavorasse, perché questo
può risultare evidente dalle sue opere o costituire un tipo di documentazione
di cronaca che non era nei suoi interessi specifici. Inoltre, “per alcuni
pittori il non fare è più significativo del fare”. Ed è questo
senz’altro il caso di Newman, particolare figura di artista e intellettuale,
che ha esercitato un ruolo critico prima di cominciare a dipingere in prima persona,
e che come artista costituisce un modello di pittura riflessiva, razionale, “meticolosa”,
come sottolinea proprio Mulas. Un pittore che è stato protagonista dell’arte
americana del dopoguerra, che ha creato alcune opere decisive per una concezione
artistica fondata sui valori dello spazio e della vocazione all’assoluto,
più che sull’azione e sull’energia. Un pittore che, come Rothko,
sembra in quel periodo ritirarsi in una personale condizione quasi mistica, come
la visita nel suo studio, che Mulas ci permette di effettuare, suggerisce.
Il fotografo racconta l’artista nella sua personalità attraverso
l’indagine visiva nel luogo della sua pittura. Nello studio e nella sua
disposizione coglie il possibile, immediato, significato, di una pittura che,
nel caso di Newman, non si arresta certo al dato visibile. Le immagini nel rigoroso
e intenso bianco e nero riprendono momenti domestici, ma anche una serata al
ristorante, nonché la verifica del lavoro di fonderia o della resa di
una grafica. Nello studio, situato al terzo piano di uno stabile in 100 Front
Street a Manhattan, campeggiano poche, significative opere che sintetizzano tutto
il percorso di Newman: verso la finestra la superficie scura e di dimensioni
ridotte di “Onement I”, l’opera che Newman ha sempre considerato
come il “Verbo” iniziale, l’“Alfa” della sua pittura,
con l’invenzione della linea verticale, in quel caso non perfettamente
omogenea, che scandisce l’uniformità dello spazio, giunto alla perfetta
coscienza della bidimensionalità della superficie. Accanto, sulla parete
di fronte e nel disimpegno, altre tele, di maggiori dimensioni, chiare, tutte
dello stesso formato, che possono essere definite il compimento del percorso
della sua opera: sono le “14 Stazioni della Croce”, così definite
al termine della loro elaborazione, ciclo compiuto a metà degli anni Sessanta
e ora alla National Gallery di Washington. Ai piedi di un altro tavolo, a un
certo punto, vengono mostrate tele del 1946-47, come “Morte di Euclide”,
in cui Newman va individuando il distacco dalle forme troppo “rappresentative”,
e anche qualcuno degli oli ancora precedenti, combattimenti di forme in un contesto
in via di definizione. Questo percorso virtuale trova esplicazione nell’incontro
visivo con l’artista, elegante e compassato, ma aperto al colloquio, a
suo agio anzi nel momento in cui si deve esprimere a parole, come non frequentemente
capita con gli artisti. Nei pochi volumi monografici dedicati all’opera
di Barnett Newman, come nel recente catalogo della mostra al Philadelphia Museum
of Art, la serie di foto dell’artista mentre parla davanti all’obiettivo
di Mulas, sullo sfondo di una tela bianca, è anzi considerato il modo
più corretto di comprendere Newman e la sua arte, dove l’artista “parla” la
sua pittura.
Ogni volta, di fronte a un servizio così articolato, è come se
Mulas cercasse di riconoscere il segreto di quell’autore, ciò che
serve a spiegarlo nella sua intimità e nella sua realtà. Si sarebbe
tentati di individuarlo qui nella natura morta con i suoi strumenti pittorici
ordinatamente posati su un ripiano, o nella luce che proviene dalla finestra
e si diffonde sulle sedie vuote attorno a un tavolo, fra le tele delle “14
Stazioni della Croce”, o ancora dove Newman tratta con le sue mani una
delle grafiche della cartella “18 Cantos”, o si trova fra le sculture
in acciaio denominate “Here” (“QUI”), affermazioni di
presenza individuale nello spazio del mondo. Nella realtà qualcosa sfugge
sempre, nulla è mai carpito definitivamente, e la luce con cui il fotografo
lavora può modificare o aggiungere nuove intuizioni al valore indipendente
di ogni opera, come nella bellissima immagine controluce del “Broken Obelisk” fra
i grattacieli di Manhattan, probabilmente fotografato nel 1967 in occasione della
mostra Sculpture in Environment, che ha proposto sculture all’aperto nella
città di New York.
Francesco Tedeschi
dall'11 giugno al 30 giugno 2004
orario dal martedi al sabato dalle 15 alle 19
inaugurazione
venerdì 11 giugno alle ore 16
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