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Biennale Internazionale di Fotografia di Brescia 2004


Fabio Paris Art Gallery
Via A. Monti 13 - Brescia

Bruno Muzzolini
Trappole per occhi
a cura di Fabio Paris
con testo di Laura Barreca

Forma regolare, assenza di colore e una macrostruttura che “somministrata” allo sguardo dello spettatore diventa incomprensibile. Per poco. Il tempo non conta. Ciò che avviene all’interno del video o nell’istantanea di una fotografia è un tempo fisiologico di accadimento, una partitura interna entro cui qualcosa accade, senza interruzioni. Si capisce, perché quello che stiamo guardando è un evento di spiazzante e assoluta semplicità. Sgrammaticato eppure assolutamente coerente e consequenziale, ma rappresentato esclusivamente in quella fase che l’artista definisce “fenomeno in atto”. E’ pur vero che spiegare qualcosa o affermarla equivale a dare una versione dei fatti, una sequenza scandita di immagini. Il tentativo di Bruno Muzzolini, al contrario, è rivolto ad eludere l’aspetto narrativo, con l’intento di dilatare il significato di un evento altrimenti inconfondibile. Lo “scivolamento di senso” cui allude l’artista avviene grazie ad un piccolo inganno visivo: l’inquadratura fissa della macchina fotografica o della videocamera mostra l’immagine in primo piano, è una tagliola di ferro, di quelle comunemente utilizzate per incaute bestiole. Il campo visivo intorno è ridotto al minimo, non c’è nessun collegamento con la realtà, le trappole diventano qualcos’altro, perdendo temporaneamente fisionomia e riconoscibilità. Con un procedimento di chiara paternità duchampiana, l’oggetto viene decontestualizzato, privato della sua funzionalità, vale a dire della ragione stessa del suo stare al mondo. Neutralizzato, a sua volta neutralizza lo sguardo dello spettatore che intraprende un individuale percorso cognitivo. «C’est le regardeur qui fait le tableau» dice difatti Duchamp, “è chi guarda a creare il quadro”. Così l’artista porta avanti la sua personale battaglia iconoclasta sulla perdita d’identità dell’oggetto e sullo spaesamento dello spettatore, disorientato da un’anomalia concettuale e dall’impossibilità di decodificare l’immagine. Sotto questo aspetto il lavoro di Bruno Muzzolini è caratterizzato dall’essere estremamente non-didattico. L’artista preferisce piuttosto mettere in luce la parzialità - e la difficoltà - di comunicazione di un evento. Afferma l’incapacità di descrivere il reale nella sua naturale ambiguità e rivendica la necessità di accrescere il livello di attenzione. L’aspetto davvero significativo sta nel “creare un livello di partecipazione alle strategie che il mondo mette in atto per proteggersi dalle alterità”.
Esigenza chiaramente espressa nel tentativo di destabilizzare le norme interne che regolano il funzionamento di un dispositivo mediante un’operazione di smascheramento o addirittura di “scarnificazione” dell’oggetto, elaborata a partire dalla scelta dell’oggetto-immagine, fino a giungere alla sua riduzione in termini di materia, di colore (un monocromo bianco e grigio) e di ogni elemento estraneo alla composizione. Di tutto questo rimane visibile solo una flebile traccia internamente alla porzione luminosa di ghiaccio.
Allo stesso modo la tensione estetica dell’opera dipende per buona parte dall’uso che l’artista fa della luce. Plasmata e raffreddata fino ad eliminare qualsiasi riverbero proveniente dall’esterno, la luminosità raggiunge un livello di astrazione e purezza, tale da diventare l’elemento nodale dell’immagine. Inoltre per sua mutevole natura l’acqua solidificata genera un campo di luce diffusa, una macchia intangibile che impedisce di percepire istantaneamente il dispositivo macroscopico della trappola in essa contenuta, riuscendo persino a camuffare la reale pericolosità dell’oggetto, così da funzionare unicamente come sollecitazione visiva per l’osservatore e come esortazione al ragionamento. Questo ultimo aspetto risulta particolarmente evidente nella sequenza in video. Durante le fasi di trasformazione dell’acqua dallo stato solido a quello liquido la trappola viene progressivamente rilasciata, fino a quando, in ultima fase, lo scongelamento aziona il dispositivo della tagliola facendola scattare repentinamente. Lo shock visivo e acustico determinato dallo scatto del dispositivo meccanico conclude il video, ma idealmente rappresenta la rottura del diaframma percettivo che separa l’immagine dallo spettatore.
Analizzata secondo i canoni classici della rappresentazione prospettica, l’immagine fissa del ri-quadro rimanda ad una lettura tradizionale dell’opera d’arte; d’altra parte proprio la centralità della raffigurazione viene vanificata dall’avere questa una sorta di moto interno che consente all’immagine-oggetto di rinnovarsi, modificando ciclicamente forma e contenuto.
Rudolf Arnheim afferma che l’immagine artistica è dotata di più centri visivi i quali determinano un campo di forze interne all’opera: queste sono riorganizzate dall’osservatore attraverso la messa in relazione dei diversi centri visivi con il proprio. Per questa stessa ragione, credo, le Trappole per occhi offrono invisibili “istruzioni per l’uso” attraverso cui è possibile comprendere sia l’impianto visivo sia il senso che l’artista ha impresso all’opera. Da questo punto di vista l’opera di Bruno Muzzolini ha quel valore “relazionale” che Nicolas Bourriaud ha individuato appunto nella sfera di relazioni esistenti tra opera e pubblico.
Nel video il legame tra opera e spettatore è amplificato inoltre da una traccia sonora su cui si muovono le immagini. Una partitura ripetitiva e autonoma rispetto al testo visivo, riproduce un continuo e scostante stillare di gocce, sottolineando perentoriamente la sintassi dell’opera e facendo da contrappunto allo scorrere fluido delle immagini. Il ritmo delle gocce, dapprima riconoscibile, si disperde gradualmente, i suoni si accavallano, si confondono accrescendo progressivamente la tensione dello spettatore ormai prigioniero della dinamica interna all’opera.

Laura Barreca

dal 10 giugno al 24 luglio 2004
orario dal martedì alla domenica dalle 15 alle 19
domenica e lunedì chiuso
inaugurazione giovedì 10 giugno alle ore 19

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Biennale Internazionale di Fotografia di Brescia 2004
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