
|
Biennale Internazionale
di Fotografia di Brescia 2006
aab –Associazione
Artisti Bresciani Vicolo delle stelle 4
Brescia tel.03045222
Flor
Flor Garduño a cura di Ken Damy
dal 10 giugno al 14 settembre 2006
orario dal martedi alla domenica dalle ore 15,30 alle 19,30
lunedi chiuso
chiusura estiva dall’ 1 al 17 agosto
inaugurazione
sabato 10 giugno alle 17
FLOR, CERIMONIE DEL CORPO
Il corpo
in arte è sempre
stato una mappa di segni e di simboli,
forma del sacrificio e della mutazione,
tra mitologia e religione, al centro
dell’iconografia del dolore
e della trasfigurazione. La messicana
Flor Garduño l’ha
sempre messo al centro delle sue
fotografie, fin da quando ha risarcito
la dignità delle popolazioni
indie centroamericane, con un’elegia
forte, ben oltre il documento etnografico,
sulla scia del maestro di gioventù a
Città del Messico, Manuel
Alvarez Bravo (che a sua volta
condensava lezioni di pionieri
quali Eizenstejn, Tina Modotti,
Weston).
C’è nella tradizione
visiva messicana, accanto a un
canto figurativo epico, un simbolismo
visionario, persino di candida
crudeltà, che attraverso
la tradizione dei retablos, gli
ex voto e gli addobbi cerimoniali,
fa affiorare il sottofondo precolombiano
della gran pelona, la sofferenza
e la morte, associato all’amplificazione
simbolica del potere generante
e del sacrificio della donna, mistero
tragico che fa erompere insieme
energie generose e abiette. Ben
l’ha incarnato nella sua
pittura Frida Kahlo, a cui spesso
allude Flor nei suoi set fotografici.
Ma Flor Garduño, che da
tempo vive prevalentemente in Europa,
sa che se la pregnanza del corpo
coi suoi fluidi e i suoi tormenti è stata
al centro dell’esperienza
quotidiana (nascita, eros, malattia,
morte erano “in pubblico”),
ora si accetta solo nel contesto
dello spettacolo, della finzione,
anche se il corpo nella civiltà contemporanea
resta luogo di una manipolazione
violenta, di un’esasperata
esibizione e sfida. In realtà è nata
una nuova centralità del
corpo, ma di un corpo-superficie,
un corpo mediatico che non scaturisce
da un rapporto diretto, fisico
e sensoriale, con la realtà immediata.
Le fotografie di Flor Garduño
vogliono allora restituire – capita
che coinvolga nei suoi set anche
le figlie - al corpo femminile
una presenza oggettiva e inesorabile,
magica e totemica. Utilizzando,
dalla tradizione surrealista, il
metodo della libera associazione
e dell’allusione a forze
psichiche e biologiche represse,
feticizza la realtà, ma
non costruisce dei rebus: anzi,
dà una visione chiara, tangibile,
d’una profonda memoria corporale,
d’un mondo parallelo, di
pulsioni e istinti in sintonia
con la Madre Terra, nelle cui ferite
sbocciano fiori. Da precedenti
scenari rituali, arriva al corpo
come entità essenziale,
atemporale e ancestrale, come metafora
di un reale primitivo, sempre da
scoprire.
Nel suo associare corpi e oggetti
simbolici del maschile e del femminile,
in un’iconografia ricca di
stilemi della natura morta, della
sua forza concentrata e silente,
fa intendere figure e oggetti come
qualcosa di vivo e morto al contempo,
o come qualcosa sul confine tra
vita interiore e realtà esteriore.
Oggetti simbolici, elementi di
vegetazione, uccelli, pesci, serpenti,
fiori, associati a donne ignude,
trasformano anche scene domestiche
e oggetti trovati in fiabe mitologiche;
conta il senso di sottile vertigine
che emana da queste presenze misteriose
appollaiate alla soglia dei nostri
desideri e dei nostri sogni. Quello
che l’artista marca profondamente,
nel gioco illusorio della visione, è l’ordine
intimo, il sentimento fondamentale
dell’esistenza. E’ un
ordine quasi animistico, che ribalta
anche la tradizione della natura
morta-vanitas, da memento mori,
in richiamo all’energia pulsante
della vita. Nel bianconero di Flor
Garduño, tra la luminosità dei
nudi femminili e l’oscurità dei
simboli del potere maschile (il
serpente, la spada...) c’è anche
il discrimine della violenza concreta,
nel mondo e nella storia.
Così Flor Garduño
recupera talora persino una mitologia
delle stigmate, quasi un’assunzione
su di sé della Passione
cristiana (la donna cinta di spine),
ma riprende anche temi sacrificali
di Maya e Aztechi (per i quali
era il cosmo a nutrirsi degli uomini),
per ricondurre alla donna seduttrice
e genitrice, in sintonia con dei,
animali e frutti della terra. Rovescia
ad esempio la simbologia della
Colonna spezzata di Frida Kahlo:
là le cicatrici e i chiodi
condensano crudeltà ed erotismo,
il torso nudo sostenuto da un elemento
di tortura si mette in contrasto
con i seni armonici, mentre qui
il torso è sostenuto dalla
pelle di serpente. Allude così pure
alla memoria ancestrale che i discendenti
degli indios si sono letteralmente
cucita addosso, nei fili di scialli
e ponchos.
Le fotografie di Flor Garduño
ribadiscono l’impulso a formulare
un linguaggio di sacralità,
che ritrova la realtà cerimoniale
dell’esistenza come mistero
insieme da gustare e da esorcizzare
tra fiaba popolare, sogno e intensa
passione per la vita. La fotografa,
pure nella composizione da set
teatrale, ribadisce una profonda
attenzione alla gente comune, assunta
a potenza naturale e primitiva
ineluttabile (come il sesso e la
morte), in una resa formale del
bianco e nero di tale equilibrio
classico da avere un’impronta
senza tempo. Certo è cresciuta
l’ossessione per l’estetica,
per il controllo perfetto delle
forme e della luce, della composizione
bilanciata sulla continuità stessa
tra regni minerale, vegetale, animale
e umano.
La donna è offerta alla
conservazione della specie e della
terra, in un rituale costante di
riconsacrazione dell’ambiente
quotidiano di vita, come una deità che – pur
smussata nella fascinazione ironica
- appare dal profondo della nostra
storia culturale.
Fausto Lorenzi
|
|
 |
 |
|
 |
|
 |
|
|
|
| Flor Garduño |
|
Flor Garduño |
|
 |
|
|
|
 |
|
 |
|
 |
|
|
|
| Flor Garduño |
|
Flor Garduño |
|
 |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
|