
|
Biennale Internazionale
di Fotografia di Brescia 2006
San
Desiderio Via Gabriele
Rosa 4 Brescia tel.335265366
Casca il mondo, installazione
Tiziana Arici e Gabriella Goffi
Orario da giovedì a domenica
dalle 16 alle 20
Inaugurazione mercoledì 14 giugno
alle ore 19
dal 14 giugno al 5 luglio 2006
“Casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra” recita
la filastrocca del girotondo sempre più vorticoso. Ma se c’è qualcuno
che già li ha buttati per terra, quei bambini? Allora il mondo è all’incontrario
e bisogna trovare il modo di raddrizzarlo. Le favole ci hanno sempre provato.
Perché, nelle favole, capita ai bambini disoggiacere a incantesimi, di
fuggire da orchi e streghe, di superare prove e ostacoli: ma ci sono portenti,
talismani magici, che aiutano ad attraversare regioni oscure, barbare e magiche
per essere restituiti alle ali dell’innocenza, al gioco come libera scrittura
dell’esperienza, senza più barriere tra l’io e il mondo. Una
fotografa, Tiziana Arici, ed un’artista abituata all’installazione,
cioè alla regia d’oggetti anche trovati e reinventati, Gabriella
Goffi, vengono da un’esperienza di laboratori in comunità di bambini
che hanno subìto violenze e maltrattamenti, cercando di aiutarli a ritrovare
uno spazio di libertà interiore ed espressiva, attraverso la sensibilità per
la vita delle forme e dei colori, nel gusto stesso di fare da sé. Tra
favole e arte c’è un legame di fondo, nella capacità di credere «in
cose che non esistono, pur sapendo che non esistono»: tutti noi crediamo
in quel che un’opera d’arte rappresenta come un bambino crede nelle
figure che popolano le sue favole. E poi, come annotava Paul Klee quasi cent’anni
fa, nel 1912, nell’arte “si può ricominciare da capo”.
Si può reinventare il mondo, e fare in modo che le parole coincidano con
le cose, se si è capaci di ritrovare lo stesso potere di vedere che è concesso
proprio ai bambini. Cioè di mantenere vive tutte quante le qualità dell’essere.
Sogni agitati e grotteschi, paurosi e felici dell’infanzia prendono corpo
nella grande installazione di Tiziana Arici e Gabriella Goffi tra le colonnine
in ghisa d’uno dei capannoni dell’ex De Angeli-Frua di Roè Volciano:
videoproiezioni, fotografie, sculture che inscenano minacce e gioie dell’infanzia.
Dunque, qui confluisce il “politicamente corretto” (lo sforzo per
garantire ad ogni bambino d’essere aiutato ed educato a coltivare il mondo
delle immagini, sia come personale capacità di elaborazione simbolica,
sia come capacità di mettersi in relazione con forme di conoscenza, di
comunicazione elaborate da altri) e il “politicamente scorretto” (l’avventurarsi
dell’arte in territori magici, il convocare figure del “rimosso”,
dell’indicibile). Tanto per cominciare, non c’è gerarchia
nel regno delle creature, mentre si entra nella foresta di colonne come tra gli
alberi di un bosco fatato. I bambini, gli animali, le piante parlano tutti la
stessa voce della natura: La quale, con gli animali, si schiera qui a difesa
dell’uomo, anche quando sono lucertoloni giganteschi, lupi, rospi. Del
resto, anche i bambini hanno ali d’insetto, zampe d’uccello. Materiali “poveri” e
leggeri (creta, tela, tessuto) mimano, in modo del tutto innocuo, la pericolosità dei
mostri veri, in un gioco scanzonato e dolce che fa perno sulla memoria dell’infanzia,
che compare come coro vivo, nelle grandi proiezioni fotografiche e video, di
bambini che giocano, saltano, cantano. Bambini che hanno avuto quel che tutti
dovrebbero avere, un’infanzia non maltrattata, non abusata. Le minacce
qui stanno tutte simboleggiate nei “cattivi” della favola, nel lupo
in agguato, nell’uomo nero, nel serpentone che può stritolarti nelle
sue spire. Ma anche nei nostri passi, quando avanziamo calpestando quell’innocenza:
sotto i nostri piedi scorrono immagini di bambini in movimento, che ci ricordano
che alcuni tra di loro hanno già conosciuto uno spazio che si indurisce,
che si fa addosso alle figure come una persecuzione dell’innocenza. Qui
si va già oltre la crosta del mondo, c’è un’energia
vitale da liberare, ci sono sussurri, voci e canti che premono. E c’è anche
un rospo che aspetta che qualcuno lo baci, per tornare principe. Così come
alcune bambine s’aggrappano a un muro, pronte a scavalcarlo, tra ricerca
di un’estrema via di fuga, e viceversa angosciosa barriera cieca, senza
scampo. Potreste scoprire che spuntano delle ali, alle fuggitive, nel bagliore
e nella fosforescenza che segnalano il compiersi di eventi miracolosi. Ma non
ci è data nessuna chiaroveggenza, le figure e le minacce sono lanciate
nello spazio come dadi per tentare la sorte, in una poetica dell’arbitrio
e della sorpresa, su sedie che stanno sospese tra la veglia e il sogno, tra il
presagio oscuro e l’apparizione salvifica. La fase arcaica del mondo affiora
nel presente come una fiaba infantile e un repertorio di giochi e pupazzi, ma è reale,
acquattata dietro l’angolo nell’esperienza quotidiana, quella bruta,
primordiale, violenza sui bambini. C’è allora qualcosa da repertorio
surrealista, in questo bosco-città come figura dello spaesamento e dei
destini incrociati, dove gravano orchi e aleggiano angeli, come stati fluidi
ed erratici, tra la pesante, dolorosa finitezza terrestre e la sconfinata leggerezza
celeste. La vita è oscurità rischiarata, e gli angeli – i
bambini angelicati – qui sono come i venti, addensano l’aria, col
loro soffio sostengono il mondo – le sedie volano – , aiutano a trovare
la strada verso il paese della vita sognata. Certo gli angeli qui altro non sono
che fremito d’alucce, l’impronta di una sacralità perduta,
ma l’approccio all’arte, intrecciando le lingue dell’immagine, è offerto
come uno spazio di leggerezza e libertà che i bambini possono salvare
anche per il loro futuro adulto: un talismano che caccia gli orchi. La «condizione
d’infanzia» può diventare una quanto mai consapevole filosofia
dell’essere al mondo, ci dicono le due artiste, anche da adulti, se si
mantiene la vitale capacità di meraviglia, di fronte alla trama dell’esistenza
inscenata nel labirinto della fiaba, prima istitutrice dell’umanità fanciulla:
aiuta a scoprire il fervore, l’ostinazione della vita che si intreccia
col dolore e la miseria del mondo. Tutto è reso visibile, corporeo, anche
la minaccia, nella sua ombra oscura e nel suo sgomento: ma nel riversare all’esterno
i fantasmi di un vissuto spaventato, lo incrocia con un continuo gioco di rifrazioni
della vita vera che vuole essere pienamente, gioiosamente vissuta. Così come
suggerisce nell’allestimento la congiunzione stessa tra forme plastiche – statiche – e
forme video, fluide – in un continuo littamento e aggiustamento tra vissuto
interiore e mondo esterno. Nella foto, nel video, anche se il mondo non si organizza
da solo davanti all’obiettivo, permane un’interferenza della realtà nei
confronti dell’intenzione del fotografo. Ricorda che quella realtà non
può essere elusa, ricorda che anche la favola parla al mondo. È luogo
comune l’aneddoto attribuito a Picasso che, di fronte al disegno di un
bambino, avrebbe esclamato: “Sarebbe bellissimo, se fosse di un adulto”.
Tiziana Arici e Gabriella Goffi hanno cercato di mantenersi fedeli alla stessa
incombenza esemplare e grottesca della fiaba infantile. Il mostro, la densa oscurità che
spaventa e seduce, non è solo il tema del rapporto con la bestia, la parte
violenta e
distruttiva dell’uomo, ma è anche il luogo della malinconia, per
chi non riesce a incontrare la pienezza del sé e dell’altro da sé,
nell’amore. Ma le due artiste sanno che risalire agli archetipi della paura – il
lupo, il serpente, l’uomo nero – , non schiude alcun segreto, che
non sia l’inizio d’un cammino che bisogna compiere fino in fondo,
piegandosi con tenacia a rianimare ed a proteggere una continuità di vita
e di affetti.
Fausto Lorenzi
|
|
 |
 |
|
 |
|
 |
| |
|
|
|
 |
| Tiziana Arici e Gabriella Goffi |
|
Tiziana Arici e Gabriella Goffi |
|
Tiziana Arici e Gabriella Goffi |
 |
|
 |
|
|
|
|
|
| |
|
|
|