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Biennale Internazionale di Fotografia di Brescia 2006


Nuovi Strumenti
Piazza Tebaldo Brusato 2 Brescia tel. 0303757401
Donnamadrebambina
Visioni e immagini di 10 artiste
Elena Arzuffi, Annalisa Cattani, Paola di Bello, Barbara Faessler,
Armida Gandini, Silvia Lenvenson, Marzia Migliora,
Ottonella Mocellin, Liliana Moro, Cristina Pavesi
A cura di Piero Cavellini scelte con Annalisa Portesi
Catalogo in galleria
dall’ 8 giugno al 14 settembre 2006
orario da martedì a sabato dalle ore 15,30 alle 19,30
chiuso dal 1 al 31 agosto
inaugurazione giovedì 8 giugno dalle ore 18 alle 21

donnamadrebambina nasce dall’intento di operare un ampliamento di ruoli all’interno del sistema-arte. La galleria Nuovi Strumenti offre ad una tesi universitaria la possibilità di tradursi in un lavoro espositivo, traghettandola verso ambiti più concreti, quali quello delle relazioni interumane. Questa mostra si prefigge di far interagire diverse istituzioni, attraverso l’attivazione di un confronto e di uno scambio: quella scolastica, da cui nasce il progetto di tesi, quella pubblica, promotrice dell’evento, e quella privata, la galleria in cui avrà sede l’esposizione.

Noi inventiamo noi stessi come unità
in questo mondo di immagini da noi stessi creato.
F.Nietzsche

Se mediante il proprio operare l’artista tratteggia la propria individualità, la sua opera veste le spoglie di un racconto, che tuttavia desidera non scadere in mero autobiografismo ma farsi promotore di dialogo. All’interno di questa precipua narrazione il fondamento ontologico non è mai entropico, implosivo, fine a se stesso, ma deborda verso riflessioni generali, filtrate attraverso dispositivi dialettici universali, quali l’affabulazione, il gioco, la fiaba, la simulazione… L’operazione creativa viene così spogliata del ‘concetto’ castrante di autoreferenzialità, per immettersi in un contesto di socialità condivisa. Da puro atto estetico-creativo l’opera diviene, quindi, struttura mediale: agendo in seno allo stesso orizzonte sociale, si fa generatrice di uno spazio interstiziale, in cui gli elementi simbolici permettono di attivare, emancipandole, relazioni dinamiche intersoggettive, poiché nessuna opera è una singolarità che si identifica semplicemente con se stessa, ma desidera, vuole e chiede, nel costante defluire nell’altro da sé, partecipazione e scambio1. Alla luce di quanto detto non sembrerà riduttivo né banale affermare che, come finalità ultima, l’esperienza creativa si prefigge di ridurre distanze, interrogando la realtà.
In questo senso si devono leggere le opere delle dieci artiste presenti all’interno della mostra donnamadrebambina, in ognuna delle quali emerge una ricerca soggettiva strettamente connessa all’universo femminile, nella complessità e peculiarità della sua triplice dimensione identitaria: di figlia, di donna e di madre. Attingendo dal vivere quotidiano l’uso di pratiche mediali, quali la fotografia e per sua stessa estensione il video, l’artista-donna spiana un confronto pubblico di complicità con l’esterno, innescando flussi di comunicazione fluidi, duttili: il linguaggio diegetico-espressivo dell’immagine diviene involucro ideale di contenuti nutriti dall’elemento autobiografico, ma cresciuti e maturati grazie alle comuni esperienze. Per tale ragione la specificità dell’essere donna appare come paradigma focale, implicando per natura esperienze percettive, relazionali e di vita uniche, tipiche del proprio ‘genere’. In tal senso l’esperienza esclusiva della maternità assume la valenza positiva di valore aggiunto, permettendo alla donna, in un rapporto di completa e assoluta empatia con la propria creatura, di ripristinare il ricordo di sé bambina e di scovare nell’inconscio quello stato fanciullesco che lo scorrere del tempo non aveva eliminato ma solo sepolto negli angoli bui della memoria. L’aggallare dei ricordi consente all’artista una maggiore presa di coscienza di quei pensieri animistici e magici, sospesi tra sogno, immaginazione e realtà, che il processo creativo fa riemergere, consentendole di mettersi in contatto, e di portare fuori la parte più profonda di sé: quella in cui permane intatta la visione poetica, ponte tra percezione e immaginazione, dei primi anni dell’infanzia, tempo in cui il gioco aveva ancora il potere di ricongiungere l’esistenza simbolica all’esistenza umana. Esperienza artistica e attività ricreativa collimano nell’adulto, rappresentando entrambe quel mondo fittizio, metafora dell’effimero, nel quale l’immaginazione si fa compensativa e liberatoria: ciò consente all’individuo di esprimere totalmente la propria personalità, lasciando spazio ai pensieri immaginosi che animano il serbatoio dell’inconscio.
L’esclusività del rapporto della donna con la propria creatura e l’approccio profondo e a volte intricato della relazione con la madre rappresentano esperienze “mitiche”, dalle quali attingere per suscitare sensazioni, provocare un dibattito, aprire un dialogo verso l’esterno, senza mai scadere nella semplice illustrazione o nella finita auto-narrazione. Questo il motivo per cui le artiste, che nel proprio operato si rifanno a tali ‘percorsi vitae’, scavano dentro di sé: non per parlare di un proprio vissuto, ma per elaborarlo creativamente, dandogli un valore non di genere, ma universale, che aspira ad essere, con le parole di Marzia Migliora (1972, Alessandria; vive a Torino), una ‘restituzione di esperienze condivise’2. E’ in tal modo che l’artista definisce l’intento di Raccontami una storia, 2000. Nell’opera video, a fare da sottofondo sonoro è la voce di sua madre che racconta la nascita della figlia, esaudendone il desiderio di narrazione: narrazione, memoria e gioco si intrecciano lungo un’unica tematica, la maternità. La Migliora lega al proprio ventre una telecamera che punta verso il pancione di una donna incinta, disposta di fronte a lei, cui ha fatto indossare l’abito da sposa di sua madre. L’attitudine al gioco trova compimento nell’azione delle due che, tenendosi per mano, girano su se stesse fino ad una perdita di equilibrio. Le immagini appaiono sfocate a causa dell’intrusione di un liquido viscoso sull’obbiettivo della video camera, che rimanda allegoricamente al liquido amniotico. Ogni rapporto appare filtrato: quello tra l’artista e la propria madre dalla presenza della donna, quello tra l’artista e la donna dalla fisicità del bambino e quello tra realtà e telecamera dall’intrusione del liquido. Mediante la costruzione di screen-filters viene posta una distanza, che genera un distacco dalla dimensione puramente autobiografica. “Se ognuno è chi nacque (…) nessun racconto di una storia di vita può tralasciare quest’inizio da cui la storia medesima è cominciata. Il racconto del suo inizio, il racconto della sua nascita, non può tuttavia che venire all’esistente nella forma della narrazione altrui ”3
Se la Migliora si riappropria del ricordo della nascita attraverso il racconto di sua madre, Cristina Pavesi (1966, Milano) compie la medesima operazione in senso diametralmente opposto. Memoria di maternità, 2006, è un lavoro composto da una serie di fotografie, compiuto ‘immortalando’ oggetti, vestitini, giocattoli dei primi mesi di vita dei figli: diuturni testimoni, simboli archetipici cui è dato custodire il passato, affinché la memoria ne preservi il ricordo, ovviandone l’inevitabile perdita. Accanto alle immagini dei frammenti, adunati come ‘nature morte’, appare quella della matriosca, allegoria matriarcale che raccoglie-inglobando, incarnando oggettualmente la rappresentazione metaforica del contenitore per eccellenza: il ventre materno.
Così come la Pavesi anche Barbara Faessler (1963, Zurigo; vive a Milano) fa incetta dell’esperienza del proprio vissuto per estrarne immagini personali ma, a differenza della prima, quello che ci restituisce è una fusione fra pubblico e privato, poiché “pur facendo ricorso al privato (..) ne concepisce la realtà in senso eterodiretto”4 Alla fotografia del Panteon romano e a quella di un leone scultoreo - presente in Villa Medici a Roma - l’artista accosta, creando un rapporto di contiguità, due immagini legate all’intima esperienza della maternità. La particella microcosmica, addizionata ad un contesto più ampio, diviene parte integrante di un intendimento percettivo macrocosmico. Nei due dittici presentati, Dittico 1-4 , 1999, (facenti parte di una sequenza di dodici) “è la memoria a essere esibita e offerta. E’ questo luogo a essere messo a confronto (…) in una relazione tra esterno e interno, tra movimento e staticità, tra io e noi”5: è una memoria che emerge senza mai esibirsi, mediata attraverso l’uso del colore che, come un diaframma sovrapposto, proietta la visione in un altrove dilatato nel tempo e nello spazio.

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Armida Gandini   Ottonella Mocellin Paola Di Bello  
   
   
       
Silvia Levenson   Barbara Faessler Marzia Migliora  
       


 
   
Biennale Internazionale di Fotografia di Brescia 2004
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