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Biennale Internazionale
di Fotografia di Brescia 2006
Villa
Glisenti Villa
Carcina Brescia
Lo spazio
inatteso
Barbara Degli
Esposti, Manuela Metelli, Chiara Mariotti,
Alessandra Dosselli, Mina Tomella
a cura di Mauro
Corradini
organizzazione del Centro Arte Lupier di Gardone Valtrompia
dal 17 giugno al 6 agosto 2006
orario sabato dalle 17 alle 20, domenica dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 20
inaugurazione
sabato 17 giugno alle ore 18
Urban
architectures: lo spazio inatteso
1 “Ci sono più cose in cielo e in terra” afferma Amleto, “di
quante non ne sogni la tua filosofia”: partire dall’architettura
per giungere alla vita, al quotidiano; trascrivere in immagini l’architettura
come metafora dell’esistenza; sono queste le ipotesi, affascinanti e piene
di magia, che abbiamo voluto indagare attraverso alcune esperienze di fotografia.
Poche le precauzioni, dal momento che la verifica sulla ricerca in atto è,
e deve essere, un’operazione senza rete; l’unica precauzione riguarda
il soggetto complessivo di questa “biennale” che Ken Damy ha costruito,
un’indagine sull’universo della fotografia al femminile che, mentre
storicizza, apre all’attualità.Alcune autrici, per diversificate
esperienze e per individuali compromissioni, hanno sovente dialogato con l’architettura
urbana, anche se, in molti casi, lo spazio architettonico non è luogo
specifico e unico dell’individuale ricerca. Troppo significativo nella
vita di tutti noi, entra, direttamente o trasversalmente, nei percorsi di fotografia
di un’autrice come Manuela Metelli, per esempio, che ama l’uomo più che
l’oggetto; Metelli è una fotografa che indaga l’animo, propone
il volto e i volti alla verifica di una personale conoscenza del mondo. In questa
occasione l’uomo tende ad occultarsi, inserito, a volte schiacciato, nel
complesso architettonico che lui stesso o altri prima di lui hanno costruito.
L’architettura è, al contrario, parte essenziale nella ricerca di
Alessandra Dosselli, che si propone come “fotografa d’architettura” sia
per ambito professionale, sia per scelta poetica. In Dosselli l’architettura
si fa specchio e immagine, contro canto della vita.
Tra le due polarità, nel dialogo tra immagine e manufatto, si collocano
le altre fotografe di questa breve raccolta, da Mina Tomella, che scandisce l’immagine
architettonica attraverso l’accentuazione dei pieni, dei vuoti, dell’opaco
e dello scuro, per cui architettura è anche volto, luogo dell’animo
prima che dell’abitare, a Mariachiara Mariotti che utilizza l’architettura
per fermare il tempo, di cui vuole farsi interprete; cerca di fotografare l’infotografabile,
inseguendo le vicende di una storia novecentesca che nella fragilità concettuale
dell’idea di tempo ha costruito le proprie poetiche in-certezze, fino a
Barbara degli Esposti, che utilizza lo spazio architettonico come elemento fondante
una sua personale ricognizione del mondo, dove la fotografia diviene termine
di partenza, e non certamente luogo di puro approdo. Nell’opera di degli
Esposti si attua una sorta di cammino a ritroso nei confronti della consorella
pittura, che partita da tecniche e procedure manuali è via, via approdata
nel secolo scorso ad altro, alla fotografia stessa, ma anche al video, al corpo,
al luogo (installazione), all’ambiente urbano, non più ripreso e
utilizzato come sfondo degli eventi, ma soggetto.
Viene facile riconoscere come il viaggio che si compie attraverso alcune esperienze
di fotografia, urban architectures si dovrebbe scrivere con voce rigidamente
inglese, raccolga nello stesso tempo più indicazioni, riunisca differenti
concetti, anche in contrasto, punti di vista distanti, una sorta di molteplicità che
verifica sia la componente evocativa, che l’immagine sempre provoca con
il suo proporsi, luogo dell’occhio e dimora dello sguardo, sia le procedure,
che mutano per effetto delle scelte poetiche. La stessa scelta dello spazio urbano
come luogo dell’occhio e della riflessione, realtà e metafora, aiuta
ad aprire l’indagine su ipotesi diverse, aiuta quel molteplice da cui siamo
sostanzialmente partiti. Lo spazio urbano, ci sostiene Calvino conducendoci con
Marco Polo alla ricerca delle “città invisibili”, è un
luogo reale e ideale; nell’interminabile viaggio alla scoperta delle città del
mondo, al suo interlocutore Kublai Kan sembra che Marco Polo “non (si)
sia mai mosso da questo giardino”. E Marco risponde, indirettamente confermando,
che “ogni cosa che vedo e faccio prende senso in uno spazio della mente
dove regna la stessa calma di qui, la stessa penombra, lo stesso silenzio percorso
da fruscii di foglie”.
La città e le sue architetture sono un sogno e un desiderio materializzati,
inquietudini e paure a volte, spazi inattesi che noi attraversiamo per ritornare
sempre là dove siamo abituati a vivere, dove possiamo riflettere collocati
proprio “in questo giardino, a quest’ora della sera, al tuo augusto
cospetto” (è ancora Marco a rispondere) “pur seguitando senza
un attimo di sosta a risalire un fiume verde di coccodrilli o a contare i barili
di pesce salato che calano nella stiva”.
2. Il fotografo è un nomade sovente: non abbiamo chiesto i mille luoghi
attraversati alle autrici che compongono questo mosaico, esempi di un ipotetico
percorso, che solo il tempo e uno spazio più ampi potrebbero definire
in forme compiutamente adeguate; mosaico costruito per esempi, singolare, ma
anche peculiare. La compiutezza auspicabile risulta alla fine superflua, se è vero
che le città attraversate sono diverse, ma la città mentale rimane
sostanzialmente la stessa.
L’artista nella città trova uno spazio altro da sé, un diverso
volto del suo sogno, a volte più intrigante, a volte più assorto,
a volte evanescente fino alla dissoluzione, a volte sovraesposto fino alla vertigine.
Il volto dell’architettura urbana ci assomiglia; non materiale iconografico
da utilizzare come documento per ricordare, oppure immagine esemplare che testimoni
iperboli e rigori nello sviluppo dello spazio vissuto, ma figura che traduce
il nostro sguardo, il nostro stupore. I frammenti urbani vengono al lettore dall’indagine
sui paesaggi metropolitani; non si presentano con la verità dell’iconografia
geografica, perché vogliono offrirci lo stupore inaspettato di fronte
a un oggetto che si rinnova, anche se la raffigurazione rappresenta il medesimo
contesto che l’abitudine e la storia ci hanno mostrato mille volte, in
mille forme differenti.Il Perù che Manuela Metelli ha cercato ha in sé più aspetti
rispetto a quelli che noi abbiamo sostanzialmente selezionato con lei per questa
rassegna. Il suo è un Perù molteplice, dove gli uomini convivono
con le loro quotidiane fatiche a contatto con i segni di un trascorso, lontano
e irraggiungibile, splendore; è probabile anzi che il confronto schiacci
e renda più incombente il peso della quotidianità.Metelli ci propone
un viaggio inatteso nelle architetture contadine che modellano il territorio
e lo rendono fruibile e nelle città dei templi dove si consumano le differenze
sociali; è una sorta di viaggio nella memoria collettiva dell’umanità quello
di Metelli. Anche le colossali pietre testimoni di un’antica grandezza
sembrano rinserrarsi nella semplicità di forme. Tutto appare lineare e
di evidente e stringente sintesi; l’architettura appare come analogia tra
strutture al suolo (terrazzamenti, gradoni) e quelle che si innalzano per celebrare
gli Dei con i templi o per costruire le case dei re.Allora il bianconero, la
scelta linguistica di Metelli, non rappresenta il ricorso ad un arcaismo espressivo,
una sorta di fedeltà purista; è il segno tangibile, al contrario,
di un mondo, scandito per strutture elementari, semplificate volontariamente
in una società basata su contrasti stabili e rigidi, rigorosi nella loro
crudeltà. La fotografia ci insegna la storia, e il bianco e nero sottolinea
i termini simbolici di una vicenda umana, il senso segreto di una stabilità senza
progresso, che diviene sconfitta. Mancano volutamente i volti di una perdita
che la storia ha già ampiamente documentato e Metelli ha già scritto
in altri luoghi.
Sono strutture mediterranee quelle di Mina Tomella: inutile cercare di identificare
i luoghi, trasformare in guida turistica una ricerca con altri scopi. Tomella
pone a confronto, diretto o differito, due termini espressivi, emersi dalla medesima
realtà strutturale. Troppo interessata all’immagine, la fotografa
si sofferma sulle procedure, individua alcune priorità, rimarca nel contrasto
la precarietà del quotidiano. Si direbbe quasi, frutto inatteso voluto
o trovato poco importa, che Tomella voglia dissolvere la limpida rigidità delle
forme e trasferire nella sfera dell’individuale il dato oggettivo dell’immagine
prelevata: tutto è fermo, solido, circostanziato; e tutto si fa labile,
immateriale, precario.Anche in queste immagini mancano gli uomini; proprio non
ci sono, forse non si sono mai stati. Come il personaggio (senza nome) che Borges
impegna (Le rovine circolari) nella creazione di un altro-da-sé attraverso
il sogno, di un uomo vero e autonomo; servono anni perché il suo pensiero
riesca a costruire una realtà umana, per rendersi conto, drammaticamente
e dopo tanta fatica e abnegazione, che il suo personaggio sognato, tanto perfetto
e stabilmente presente nel mondo, è un altro se stesso; anche lui è un “sognato”,
messo al mondo da un altro sognatore: “con sollievo, con umiliazione, con
terrore comprese che era anche lui una parvenza”. Il paesaggio urbano di
Tomella diviene la creazione di un sogno, diviene sottolineatura indiretta e
inconsapevole della precarietà, della fragilità e nell’estensione
stilistica i dittici di Tomella rendono più comprensibili gli inganni
del quotidiano. La scelta del “colore” (sia lecito il termine per
questi dittici in bianco e nero) appare come manifestazione emotiva che compare
oltre la scelta linguistica e aiuta a comprendere la poetica inquieta di una
fotografa attenta.
Ritmi, equilibri, percezioni distorte: sono i termini di riferimento per l’opera
di Mariachiara Mariotti che utilizza per i suoi accostamenti, le possibilità di
uno scatto molteplice, ravvicinato nel tempo e lievemente modificato in senso
orario come punto di vista: scandire il tempo per rompere con l’assoluto.
Si direbbe questo l’imperativo espressivo della fotografa marchigiana che
va alla ricerca di quegli spazi in cui più facile diviene misurare l’instabilità,
la precarietà, la fragile consistenza dell’attimo.Tutto ruota attorno
all’ambiguità, e a quella spazio temporale in particolare, per cui
il piccolo oggetto diviene gigantesca struttura, oppure tutto viene costruito
sulla mobilità, per cui l’immagine “fermata” appare
come l’essenza di un disordine non occasionale. Mariotti gioca sovente
sul contrasto cercato tra fragilità ed evanescenza o minor consistenza
del “mosso” e lucido rigore, figlio di un progetto che nella sua
razionalità sfugge la stessa dimensione geometrica: è la non-geometria
del surrealismo, razionale e irrazionale ad un tempo.Non servono situazioni ripetute,
scansioni contenute nell’ambito dei luoghi o delle avventure stilistiche;
per Mariotti le aperture si manifestano nella molteplicità dei rinvii,
stilistici, culturali, motivazionali.
Apparentemente la struttura urbana di Alessandra Dosselli è solida e sicura;
parte sovente dalle architetture della modernità l’architetto-fotografo
bresciano, utilizzai grandi spazi a volte o i particolari, racchiusi dal rigore
illividito di un bianconero serale. Scandisce architetture figlie della contemporaneità,
grandi voli in cemento armato, strutture gigantesche, riprese quasi per mostrarne
l’interna bellezza e la dolce fragilità. Da qui l’inserimento,
che il digitale consente, del colore, la traccia rossa, questa sì, innaturale
e volontaria, che sottolinea un aspetto, pone un sotterraneo confronto, instaura
una relazione tra vuoto e concreto, tra solidità e apparenza.Un gioco
ad incastri, si direbbe, quello di Dosselli, se non fosse per le aperture metaforiche
che le sue sottolineature tendono ad evidenziare: lo spazio architettonico diviene
luogo della sorpresa, dell’inatteso, a volte dell’incanto, sovente
dell’incertezza. Ancora una volta avvertiamo nella rappresentazione la
presenza cercata di una sotterranea fragilità, una precarietà esistente
ma non esibita, che sembra riempire le tracce prelevate de desideri repressi:
la fotografia da luogo dell’occhio sembra trasformarsi in luogo dell’animo,
lo spazio urbano da luogo del caos e del frastuono in luogo del silenzio.
La chiusa più ampia di questa introduzione viene dedicata a Barbara degli
Esposti; perché la sua operazione entra solo sotterraneamente in questa
analisi, ad un tempo parte integrante e progetto autonomo. Quella di degli Esposti
si propone come opera “altra”: altra negli umori, nelle procedure;
altra nell’incontro con la realtà. L’artista non ci rappresenta,
ma ci fa vivere l’architettura: non più luogo da riprendere, ma
luogo da vivere. I suoi “cubi” (questo è il titolo che l’artista
propone) sono una struttura architettonica al cui interno ci muoviamo, dal cui
interno osserviamo non il mondo, ma quel che Barbara ha voluto porre sotto il
nostro sguardo. Non dunque aperture e spazi su cui riflettere, ma una compressione
in cui ci infiliamo per cogliere la complessità del mondo.
Degli Esposti parte dalla verifica dell’installazione, da relazionare con
le potenzialità della fotografia; entra nelle strutture ordinate e razionali
della moderna architettura e ci propone un mondo fatto di timidezze e sotterranei
raccordi, di spigolosità e dolcezze, come se la vita non fosse altro che
un attraversamento di forme, dove tutto ci viene incontro con i suoi enigmi,
enigmi, a volte incubi, dell’animo, del sentimento, della ragione.Fuori
nello spazio che si intravede, c’è ancora la vita, c’è il
brulicare delle fronde, una inconfessata e forse rimpianta vitalità; c’è un
essere che nella fragilità è anche esistenza; al contrario, i nostri
luoghi, visti dal di fuori, si fanno opachi, riflettono un mondo di assenze,
attraverso cui misuriamo il nostro essere nella storia. La fotografia, quando è arte,
appare come un simbolo poetico di un mondo che come l’ambiente urbano è specchio
dei nostri desideri.
Mauro Corradini
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