Biennale Internazionale
di Fotografia di Brescia 2006
Area
Imprinting
Via
Bellini 7/9 Roé Volciano - Salò tel.3482864276
Paesaggio
del corpo
Trude Fleischmann
- Lola Alvarez Bravo - Joyce Tenneson
Florence Henry - Irina Ionesco - Sara Saudekova
Toto Frima - Lynn Bianchi - Serena Gallini
Martina della Valle - Brigitte Tast - Brigitte Niedermair
Rosangela Betti- Alessandra Lanese
a cura di Ken
Damy e Gigliola Foschi
dall’ 11 giugno al 14 settembre 2006
orario da mercoledì a sabato dalle ore 16
alle 19.30
chiusura estiva dal 7 al 31 agosto
inaugurazione
domenica 11 giugno alle ore 17
Nella sua nota raccolta di saggi
Questione di sguardi, il critico
e scrittore John Berger sostiene
giustamente che la rappresentazione
del corpo femminile tramandato
dalla pittura occidentale presenta
una precisa connotazione sessuale:
risponde infatti al desiderio
maschile di una donna connivente
nell’essere
vista nella sua nudità.
Mai dotate di una loro sessualità – dato
che sono lì per saziare
un appetito, non per averne uno
proprio – le numerose Veneri,
odalische e beltà ignude,
che costellano la storia dell’arte
e della fotografia tra la fine
dell’Ottocento e gli inizi
del Novecento, si mostrano compiacenti
davanti allo sguardo dello spettatore
e al contempo consapevoli dell’impressione
creata dal loro corpo. Va notato
però che quasi subito (a
partire dalla seconda metà dell’Ottocento)
anche le donne hanno cominciato
a mettersi dietro a un obbiettivo
fotografico per guardare se stesse
e le altre donne. Dopo secoli e
secoli di sguardi rigorosamente
al maschile, senza una tradizione
alternativa a cui fare riferimento,
all’inizio diverse fotografe
rielaborarono tali modelli rappresentando
il corpo femminile in modo statuario
e carico di magnetismo (come farà l’austriaca
Trude Fleichmann tra gli anni Dieci
e Trenta), oppure puntando a sottolineare
gli sguardi introspettivi delle
giovani donne ritratte (Germaine
Krull, in Nudi del 1924). Ben presto
però si crearono due fondamentali
filoni di ricerca. Il primo vede
le autrici usare la fotografia
come uno strumento per conoscere
se stesse, partendo direttamente
da sé oppure tramite l’esplorazione
di un’altra persona, che
risulta familiare in quanto anch’essa
donna. Qui il corpo femminile diviene
spesso simbolo di ricettività,
luogo d’incontro (o di scontro)
tra sé e il mondo, centro
comunicativo sul quale si riflettono
emozioni ed esperienze. Il secondo
filone di ricerca mette in atto
una strategia sovversiva che agisce
dentro il repertorio iconografico
tradizionale o usato dai media
per metterlo in discussione dall’interno,
mimandolo in modo parodistico
o ironico, iperseduttivo o giocoso
a seconda delle epoche e dello
stile delle autrici.
Nella prima tendenza (che arriva
fino ai giorni nostri con autrici
giovanissime come Martina della
Valle) emerge indiscutibilmente
il lavoro di Francesca Woodman
(1958-1981) la quale esplora il proprio corpo all’interno di spazi abbandonati
e decadenti, mettendo in gioco le proprie paure, ansie, frustrazioni. Gesto dopo
gesto, immagine dopo immagine, percorre un faticoso cammino verso un’inarrivabile
conoscenza di sé che ci trascina dentro un universo sofferto, carico di
inquietudini. Di segno diverso, ma sempre attenta alla componente introspettiva, è anche
un’autrice a noi contemporanea come Joyce Tenneson, protesa a creare una
fotografia capace di aprirsi al mistero e alla spiritualità di chi ritrae.
Matronali e pesanti, oppure longilinee e flessuose, le sue figure femminili appaiono
immerse in un mondo silenzioso e opalescente che le trasforma in esseri mitologici
sospesi in un tempo senza tempo. Composte in modo classico, dominate da un senso
di pacata serenità, le sue immagini paiono nascere da un’intesa
intima che cancella per incanto la prosaicità della vita contemporanea.
Nel secondo filone di ricerca, “capeggiato” da una grande autrice
come Cindy Sherman, si distingue la franco-rumena Irina Ionesco, che mima la
sensualità e la bellezza decadente delle vamp degli anni Venti creando
immagini dominate da un erotismo teatralizzato e ambiguamente torbido. Sommerse
di fronzoli barocchi, di frange e piume, le sue donne dai volti truccatissimi
e dai corpi seducenti volgono lo sguardo altrove, lontano dall’osservatore,
come a indicare la loro inafferrabilità di conturbanti esseri senza tempo.
Con una sorta di sguardo “strabico”, eccessivamente costruito, la
Ionesco imita cioè i modelli convenzionali del passato per metterli a
nudo e cambiarli di segno. Provocatorie e anticonvenzionali le immagini di Bettina
Rheims rivoltano invece l’erotismo mercificato dei modelli dei mass media
denunciandone ironicamente le malcelate connotazioni sessiste. E’ come
se questa autrice si divertisse a citare tutti gli stereotipi delle riviste porno
soft e dell’immaginario maschile per rovesciarli con uno sberleffo. Consapevoli
del loro corpo, sprizzanti erotismo e vitalità, le sue donne indossano
magari le maschere nere e le calze a rete tipiche delle fotografie pornografiche
di fine Ottocento ma, invece di ammiccare con sguardi lascivi e civettuoli, si
fanno una gran bella risata spiazzando l’osservatore e lasciandolo lì,
a mezz’aria, con le sue fantasie erotiche insoddisfatte. Simboliche di
un nuovo modo di sentirsi donne, le “eroine” di Bettina Rheims, invece
di subire lo sguardo maschile, lo provocano con allegria, invece di negare la
loro sessualità la rivelano finalmente senza vergogne.
Gigliola Foschi
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