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Biennale Internazionale
di Fotografia di Brescia 2006
Museo
di Santa Giulia Via
Musei 81 / b Brescia
Mu-seum
Patrizia della
Porta
a cura di Fabio
Castelli
dal 9 giugno al
14 settembre 2006
orario dal martedì alla domenica dalle ore 10 alle 18 - lunedì chiuso
inaugurazione
venerdì 9 giugno 2006
ore 17
Arcani architettonici e incantesimi
spaziali
nella fotografia di Patrizia della
Porta
È’
particolarmente inquietante e segreta
quella
soglia-fessura-pertugio (una vera
e propria crepa nella apparente
plausibilità del reale)
che si apre con straordinario vigore
metaforico sulla serie
delle foto di Patrizia della Porta.
Per qualche
verso (come il restringersi ascensionale
del
varco e, alla base, gli stipiti
di muri obliqui sul
confine tra luce e ombra che si
tagliano l’un l’altra,
legittimandosi a vicenda) viene
alla memoria, sia pur remotamente,
l’allucinazione espressionista
della scenografia ipergotica di
Herman Warm per Il gabinetto del
Dottor Caligari. Ma in realtà è un
primo turbamento passeggero, come
per una
iniziazione; forse perché si
intuisce trattarsi di una soglia “ultima” o “prima”,
ad ogni modo posta ad una qualche
estremità del reale: dove
finisce
oppure dove inizia, dove cioè il
vuoto (il mu della scrittura giapponese
così caro alla della Porta)
inghiotte o genera la realtà trattenendo
o
facendone emergere strutture elementari
ed
epifaniche qualità. Anzitutto,
evidentemente,
il vuoto e il pieno, l’uno
tangente o secante l’altro,
in una assolutezza strutturale
e minimale di piani di fulgore
radente o semplicemente di luce,
di penombra o di laminate oscurità.
I volumi, come spogliandosi di
tutti i loro orpelli e quasi a
denunciare
la tridimensionalità come
ingannevole pleonasmo, rivelano
l’intrico di piani e superfici
contigue, adiacenti, divaricate,
interfenti che,
in una logica costruttivista, chiamano
lo spazio,
le sue luci e le sue oscurità al
gioco o, meglio, all’avventura
del vuoto e del pieno. La superficie è la
vera protagonista dell’arte
di Patrizia della
Porta. L’artista parte da
una
osservazione/meditazione su recenti,
grandi
architetture contemporanee per
scoprire i dialoghi più segreti
che queste intrattengono con lo
spazio e la luce in una totale
assenza o, meglio,
sospensione della temporalità.
Si potrebbe quasi parlare di una
psicanalisi visiva di quegli edifici:
che non appaiono più tali,
distratti non solo dalla loro funzionalità,
ma anche “esorcizzati” dall’operazionismo
compositivo delle loro
volumetrie; consegnati ad una estrema
astrazione minimalista e a quanto
chiamerei una
poetica del nitore che ferma e
raggela il cristallo di un mondo
incantato dentro un’attesa
estatica,
silente e solitaria.
Il lavoro trasfigurativo di Patrizia
della Porta
consiste nella scomposizione-ricomposizione
delle strutture e dei volumi architettonici
in piani e superfici “elementari” che,
ricostruite nei loro
rapporti reciproci, dicevamo nelle
loro tangenze, secanze, contiguità,
adiacenze, distacchi e
lontananze, indipendentemente dalla
loro
strumentalità prettamente
costruttiva, definiscono un mondo-altro,
ovvero l’altro-di-un-mondo
non solo “mentale” ma “allucinatamente” concettuale.
Un mondo che richiama in qualche
modo il più rigoroso costruttivismo, evitando
il determinismo meccanicistico
spesso tedioso e ripetitivo di
certa “arte concreta”.
Potremmo pensare a questo punto
che l’obiettivo dell’artista
finisca per congelare un universo
cristallizzato e chiuso nella perfezione
formale di un teorema geometrico-matematico
impenetrabile alle ambiguità degli
stati d’animo e dei sentimenti,
ai turbamenti dell’affettività,
agli enigmi, alle
incertezze, alle interferenze dei
sogni e delle
rêveries; in una parola alle
tempeste “magnetiche” del
desiderio. L’esito delle
operazioni che ho
evocato è invece di tutt’altra
natura e costituisce a mio parere
il messaggio più originale,
attuale e anche sorprendente delle
opere di della Porta.
Rispetto alla “evidenza” volumetrica,
funzionale e estetica di geniali
architetture dovute ad
alcuni tra i più grandi
progettisti contemporanei (Wright,
I.M. Pei, Breuer, Gehry, Piano,
Libeskind) il processo di smontaggio
semantico e di
riduzione-sublimazione simbolica
creano al tempo stesso spazi di
allarmato straniamento surreale
e paesaggi di lancinante inquietudine
metafisica: deserti urbani da dove
la vita della quotidianità è appena
fuggita o non ha ancora trovato
la formula magica per penetrarvi.
Tutto è “insidiato” da
un gioco arcano d’ambiguità delle
forme che si
celano o si rivelano spesso da
dietro i paradossi del trompe-l’œil,
persino dell’anamorfosi.
Insomma tutte le foto di Patrizia
della Porta, e non solo quella
prima che apre la mostra,
rappresentano una soglia; anzi,
una formula
iniziatica che ci consente di partecipare
ad una avventura per certi aspetti
esoterica e raggiungere “luoghi-altri”,
certo segreti e nascosti ma
finalmente non così remoti,
anzi misteriosamente adiacenti
alla claustrofobica trivialità della
nostra vita quotidiana.
Un’ultima osservazione. L’operazione
di questa artista è tanto
radicale da indurre a pensare che
in qualche modo lo spirito, l’ispirazione,
il carattere precipuo e la specifica
poetica dei singoli architetti
ne venga eclissata in tutto o in
parte. Basta uno sguardo alle diverse
sezioni delle opere esposte per
rendersi conto proprio del contrario.
La
radicalità di quel suo operare
prende spunto da una interpretazione “sorgiva” delle
scritture
architettoniche dei vari progettisti,
penetrandone il nucleo e l’animus
creativo più profondo e
direi più celato nella sua
disarmante “elementarietà”;
ne esalta poi allo spasimo i diversi
valori formali ed estetici con
lo spingerli ai confini estremi
di quella astrazione estatica da
dove, in uno spazio
rarefatto, primo ed epifanico,
emergono solitarie, silenziose
e potenti strutture e forme elementari
e originarie di una dimensione
simbolica aurorale.
Così Patrizia della Porta
stessa ci fornisce le chiavi d’accesso,
le sostanze e le forme archetipe
che le hanno permesso di infiltrarsi,
con l’interpretazione fotografica,
nei codici immaginari più segreti
dei singoli architetti.
Nel catalogo Mu-seum (Charta, Milano,
2004),
richiamandosi ai quattro elementi
originari,
associa il fuoco e quindi la piramide
e il triangolo all’ala est
della National Gallery of Art di
Washington progettata da Pei: le
sue Variazioni elaborano questo
misterioso teorema con lamine di
luci ed ombre fino all’astrazione
rarefatta dell’ideogramma.
L’aria, il cerchio e la spirale
costituiscono la formula segreta
del Solomon R. Guggenheim Museum
di New York di Wright:
fasci e scie di meteoriti di luce
e di oscurità piegano lo spazio e l’energia
alla sofferenza del tempo nascente.
Il nucleo immaginario di Breuer
per il Whitney Museum of American
Art a New York richiama la terra
e quindi il quadrato e il
cubo: luci ed ombre realizzano
vere e proprie
anamorfosi, laddove i volumi si
deconcretizzano in piani e superfici
che spingono lo spazio ai confini
della virtualità.
Gery e il suo Guggenheim Museum
di Bilbao
rivelano l’enighma del loro
rapporto con l’aria e con
la libertà senza limiti
dei frattali: spazi e
superfici quasi-organiche si contorcono
e si
divincolano sotto i colpi di una
fantasia liberata, come a osservare
una grande nube che passa.
In questa mostra, oltre a Pei con
il suo Deutsches Historisches Museum,
qui dove il triangolo
(e il rombo) tornano ad apparire
quasi
misteriosamente, è tutta
la Potsdamer Platz a
rivelare la inconsistenza minimale
di quinte sottili, come naturali
e aleatorie formazioni cristalline
chiuse in fragili geometrie.
Chiude, sempre a Berlino, il Jüdisches
Museum di Libeskind: Patrizia della
Porta interpreta il suo
decostruttivismo, cogliendo ed
evidenziando una serie di scansioni
simmetriche “turbate” da
asimmetrie e aritmie come rappresentazioni
energicamente astratte del rapporto
tra struttura ed evento.
Ancora una volta l’inquietudine
esistenziale
trapela oltre e dentro la magia
della più sublimata astrazione
simbolica.
Pietro Bellasi |
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