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Biennale Internazionale di Fotografia di Brescia 2006


Sala Ss. Filippo e Giacomo Via delle Battaglie 61 Brescia
Nuove generazioni
Alessandra Arnò, Elena Carozzi, Serena Gallini, Valeria Necchi,
Serena Porrati, Ilaria Turba
a cura di Mauro Corradini in collaborazione
con l’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano
dal 12 giugno al 14 settembre 2006
orario dal martedì alla domenica dalle ore 15.30 alla 19.30 – lunedì chiuso
chiusura estiva martedì 15 agosto
inaugurazione mercoledì 14 giugno alle ore 18

Percorsi

1. “Vedere fotograficamente significa intuire che cosa si può trarre da un evento occasionale o da un tema prescelto” scrive Andreas Feininger nel suo “manuale” vecchio ormai d’una quarantina d’anni; il grande tecnico sa bene che oltre il fatto tecnico, la fotografia costituisce un medium che non investe solo la “percezione fisica”, ma abbraccia la “percezione spirituale”: la forza dell’immagine prima ancora che la cultura del fotografo, la capacità di suscitare memorie ed emozioni, prima ancora che la forza persuasiva del visivo si instauri in noi come un testimone.
La fotografia come suggestione, dunque e come magia; la fotografia come risultato di una scelta culturale, per cui vedere fotograficamente, come annota il grande fotografo e il grande teorico, non significa fare un passo sulla via della “verità”, che non esiste, ma al contrario, intraprendere un viaggio, un percorso all’interno della nostra capacità di “immaginare quale potrebbe essere la trasposizione fotografica delle cose” che entrano, oggetti, paesaggi, figure, in quel piccolo rettangolo costituito dall’immagine, opposto all’ampiezza del reale che riusciamo a dominare con il lieve volger del capo.
La fotografia di queste giovani autrici si configura come un insieme di percorsi che partono tutti dalla fotografia, ma scivolano oltre il puro dato percettivo; la giovane età non spiega la maturità di questi interventi, e si pone /si propone / quasi come un contro canto all’idea poetica sottesa in ognuna di loro, o, per stare al titolo, in ognuno di questi percorsi. Percorsi compiuti con gli occhi spalancati, la mente aperta, un certo disincanto anche; percorsi che partono senza dubbio dai luoghi attraversati, in quei tours fotografici che costituiscono uno dei luoghi della fotografia, ma giungono ben al di là, transitano in uno spazio dove il luogo di partenza è spesso così modificato e travolto da rendersi solo in parte e a fatica riconoscibile. Percorsi dunque come viaggi, ma anche come aderenza alle coordinate di base dell’universo iconografico: ad iniziare dai luoghi attraversati che variano dall’incontro con una civiltà altra, da interpretare e/o svelare (per sé prima ancora che per gli altri) attraverso una sequenza di immagini, fino a giungere a rappresentazioni recuperate quasi di sfuggita, di nascosto, cercate dunque nella coscienza che interroga la realtà.
Allora i percorsi solo in qualche caso si definiscono attraverso viaggi reali, nello spazio e nella geografia di un’umanità tagliata fuori dagli “sviluppi della storia”, ma sempre (e comunque) sono viaggi dentro se stessi, per tentare di capire il proprio tempo, per tentare di essere testimoni di un tempo inquieto, attraversato da mille stimoli contraddittori che definiscono la costellazione delle emozioni del presente: come ci avverte Costantino Kavafis, i desideri “che trascorsero / inadempiuti, senza voluttuose / notti, senza mattini luminosi” sono come i corpi giovani, morti troppo precocemente; ma non sempre è sufficiente la solarità dei luoghi o dei volti o del tempo per uscire dall’inquietudine: “Dai ombra che basti, tanta / quanta tu sai”: è Paul Celan a suggerire la compresenza di “mezzogiorno e mezzanotte”, di solarità e oscurità, e mai suggerimento fu così puntuale. Una sorta di viatico per colui che vuole tentare di comprendere i sentimenti di alcune voci nuove e giovani, la cui parola non è spontanea, ma colta, educata dalla scuola, dall’accademia, quella di “Brera”, e le cui coordinate sotterranee sono da rintracciarsi nella scelta linguistica dell’immagine realizzata con il mezzo fotografico.
Piace al curatore, lettore e interprete della differenziata varietà di forme, sottolineare la notevole professionalità delle protagoniste, che sembra disgiungersi con l’età; una qualità che si riscontra in queste giovani autrici che utilizzano la fotografia, con la consapevolezza che nell’immagine vi è un oltre e/o un altrove cui si deve puntare; per questo la lucidità delle procedure diviene termine inevitabile per raggiungere lo scopo che l’immagine o la sequenza delle immagini si propone: l’opera come apertura, come percorso verso un mondo interiore.
2. La forza espressiva e le procedure, si diceva; e si parte da un “massimo” di adesione al medium fotografico e si giunge ad una distanza consistente, dove l’immagine, che rimane comunque di matrice concettualmente fotografica, viene inserita in un movimento lontano dalla fissità consueta.
Conviene allora partire con le immagini di Valeria Necchi legate ad una specifica geografia dei luoghi, che il titolo indica: “In Cambogia”. La scelta dei luoghi è anche una propensione verso tipologie di condizioni umane, prima ancora che ambienti geografici: i volti, i bambini soprattutto, le mani, i gesti, sono questi i soggetti sui si sofferma la giovane fotografa. Il tutto dichiarato nello scatto riportato nella sua compiutezza, il tutto giocato solo sul ruolo simbolico e comunicativo del bianco e nero, dove il nero gioca il suo ruolo di drammatizzazione, a rinforzare il gesto appunto, o l’espressione del viso, la profondità di sguardi, soprattutto quelli infantili e quelli femminili che uniscono tenerezza e dolore, spaesamento e sottili speranze. Un mondo, quello della Cambogia, che viene al lettore con la forza di una dignità, quale la giovane Necchi sa cogliere, elevando gli sguardi sui ritmi interiori dell’anima; e sa rovesciare lo sguardo Valeria, quando scava dentro, non accontentandosi di un “fuori” che decenni di storia e di turismo ci hanno mostrato in altre dimensioni espressive: tocca all’arte il compito della verità dell’emozione.

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Elena Carozzi   Elena Carozzi  
       
   
       
Serena Gallini   Serena Gallini  
       

 

   
   
Biennale Internazionale di Fotografia di Brescia 2004
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