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Biennale Internazionale
di Fotografia di Brescia 2006
Sala
Ss. Filippo e Giacomo Via
delle Battaglie 61 Brescia
Nuove generazioni
Alessandra Arnò, Elena Carozzi, Serena Gallini, Valeria Necchi,
Serena Porrati, Ilaria Turba
a
cura di Mauro Corradini in collaborazione
con l’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano
dal 12 giugno al 14 settembre 2006
orario dal martedì alla domenica dalle ore 15.30 alla 19.30 – lunedì chiuso
chiusura estiva martedì 15 agosto
inaugurazione
mercoledì 14 giugno alle ore 18
prosegue da pagina 1
Anche Serena Gallini rimane legata
al medium fotografico; con una
variante nota ai lettori, definita
dal gesto, dal segno, con cui la
pittrice (non la fotografa) traduce
sulla carta o sulla tela i luoghi
stessi dell’iconografia fotografata: “In
punta di piedi” è il
titolo del ciclo.
Per questo progetto, la fotografia
di Gallini non è più un
prelievo dal reale, ma un ribaltamento
del reale: utilizza i giocattoli
dell’infanzia, le vecchie
bambole, i pupazzi dagli occhi
strabici, rovinati dal tempo; li
colloca in ambienti ristretti,
innevati, li struttura in una scena
espressiva, per cui la realtà del
luogo dialoga con il mondo della
memoria o dell’immaginazione.
Non solo una memoria recuperata
ma una nuova dimensione iconografica,
che la fotografia riesce a creare.
Forse serve a Gallini il bianco
limpido della neve, la memoria
di un’infanzia lontana, e
nel contempo, l’evocazione
di una realtà con cui porsi
in relazione (o in discussione).
Non solo memoria, dunque, ma progetto:
da qui gli arbusti, i grumi neri
del reale, un contatto diretto
con la verità del ricordo,
attraverso il giocattolo esibito
nella sua dimensione attuale: un
modo, questo, di riflettere sulla
vita, sul tempo trascorso, sulle
verità cercate e mai trovate,
depositate forse nel fondo dell’animo
che solo lo sguardo riportato all’infanzia
può forse rendere se non
vero, almeno plausibile.
I nostri percorsi costituiscono
una border line, nei confronti
del linguaggio; il primo “scarto” nell’uso
della fotografia si realizza con
le opere dedicate alla “Piscina” da
Elena Corazzi: sequenza costruita
sull’antitesi esibita tra
attualità e storia, tra
modernità (contemporaneità,
si dovrebbe meglio dire) dell’immagine,
nel suo essere, nella sua struttura
linguistica, e volontà di
recupero, nelle forme espressive,
della tradizione lontana con l’uso
della tela come sostrato, di una
modificazione formale che rende
più morbido il colore, una
sorta di tattilità pastello
che rinvia alle seppiature di oltre
un secolo fa.
Pare questa la modalità di
Corazzi di essere ad un tempo attuale
e inattuale (ma può l’arte
oggi non essere inattuale?); una
ricerca composta e stravolta, ordinata
e modificata, per cui il nudo femminile,
che rimane tema segreto nella sua
immersione in acqua, muta di registro
e di respiri, in direzione di un
oltre che ha il sapore dell’epifania:
come se con Elena ritrovassimo
la gioia dell’essere, l’acqua
vitale e simbolica e ad un tempo
ci sentissimo immersi in una quotidianità che
sembra per un istante dimenticare
la normalità un po’ grigia
in cui siamo tutti immersi.
Giunge all’installazione
la struttura dell’opera di
Serena Porrati; sulla stessa superficie
si alternano e si intersecano volti
e tracce; i primi derivano da ricerche
fotografiche, le seconde da fili,
intrusioni del cucito. Il tutto
come opera nuova, come iconografia
tra tecnologia e manualità antica,
a mutare il senso delle cose, trasferire
per intuizione la nostra lettura
verso mondo sconosciuti.
Poi, nell’articolarsi della
ricerca, emergono straordinarie
rayographies che hanno il sapore
dell’oggetto cristallizzato;
anziché fermare con la magia
della chimica, Serena preferisce
l’alchimia del rilievo; trasforma
il prelievo in un oggetto altro,
allinea le figure, crea un percorsi,
ci apre all’inquietudine
di un’esibizione che ha il
sapore dell’animale conservato
sul tavolo dello scienziato. Anche
noi, le nostre cose, il nostro
essere negli oggetti e nei colori
con cui ci rivestiamo; anche noi
sul tavolo di un’indagine
che appare gioiosa e allusiva,
fino ai limiti di una sottile inquietudine,
che ci penetra dentro senza darci
respiro; a trascrivere una consapevolezza
che diviene sostrato colto di un’elaborazione
di idee e di iconografie.
Il muoversi dell’immagine
verso nuovi orizzonti espressivi
si realizza definitivamente con “Follie” di
Ilaria Turba: un dvd tratto da
immagini fotografiche, un ritmo
costruito per flash che hanno,
come vuole il soggetto, il sapore
della memoria e della lontananza.
Parte Ilaria con le finestre chiuse
di un vecchio manicomio di Reggio
Emilia, scandisce la presenza su
ritmi intervallati di parole, che
Efrem Norti le ha prestato; e accanto
alle finestre, ai muri scrostati,
ad una dimensione di abbandono
che è reale e simbolico,
fa emergere volti, sguardi. La
dissolvenza non solo ci porta in
un tempo lontano, ma si direbbe
darci il senso di un’indagine,
che penetra la coscienza: non un
percorso nel tempo, ma un percorso
nell’individuale consapevolezza
di una realtà, che troppo
a lungo abbiamo cercato di non
vedere. Il viaggio di questi percorsi,
si diceva in apertura: è un
viaggio, come sempre, che entra
negli animi, prima ancora che nei
luoghi, come se la finestre murata
fosse una metafora di una realtà negata.
Anche con Alessandra Arnò entriamo
nell’universo del dvd, anche
se il linguaggio appare ulteriormente
modificato, accelerato diremmo,
seguendo lo scorrere del tempo.
Il primo brevissimo dvd ci porta
in campo la realtà nel suo
proporsi in forme dirompenti: “Sos” utilizza
il ritmo dell’alternanza
di immagini tra gli astronauti
di un’esplorazione spaziale
e la quotidianità della
vita; i flash del mondo alto interagiscono
con il quotidiano, di cui divengono
l’alter ego.
In una forma non dissimile (parla
di riprese dall’auto), Alessandra
si muove nel bianconero dedicato
alla città, il paesaggio
urbano riletto con gli occhi del
ritmo della vita: “Lightheaded” è il
dvd realizzato nel 2002. Una città riproposta
attraverso le ombre, una città trascinata,
come se facessimo scorrere davanti
all’obiettivo una fotografia,
nell’allungarsi della sera
e nel dimensionarsi della vita
sui ritmi un po’ frenetici
della quotidianità: realtà e
metafora dunque, perché questo,
alla fine, è il sale di
un’avventura iconografica
che non abbandona la realtà,
me ne coglie i valori emotivi.
Perché questo, in fine, è il
senso vero dei nostri “Percorsi”,
ricostruiti per questa biennale
sulla scorta di esperienze poetiche
che alcune giovani autrici, diplomate
a Brera, hanno strutturato nelle
individuali ricerche realizzate
dopo l’accademia.
Brescia, maggio 2006
Mauro Corradini
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