Programma Mostre Calendario Program
Mostre
Santa Giulia
• Appunti fotografia
• Perfume de mujer
• Mu-seum
• Il mondo dell'arte
•Nel silenzio d'una storia
Piccolo Miglio in Castello
• Contempor'art
Sala Ss. Filippo e Giacomo
• Nuove generazioni
Museo ken Damy
• Collezione privata
aab
• Flor Garduño
Galleria Ucai
• Maggie Cardelùs
Università cattolica
• tre visoni al femminile
LABA
• Gruppo Quanta
Ken Damy fine art
• Elaine Ling
Atelier degli Artisti
• Lieve prins
La Parada
• Alma Davenport
Galleria delle Battaglie
• Barbara Forshay
Galleria dell'incisione
• Ritratti
Immagina di stile
• Moskaleva - Frima
Massimo Minini
• Francesca Woodmann
Nuovi Strumenti
• Donnamadrebambina
Paci Arte Contemporanea
• Paola Pansini
Fabio Paris
• Armida Gandini
Primo's Gallery
• Carrano - Galliani
Reali Arte
• Femminile, singolare
sbac - Studio
• Ri-trattare
Teatro Sociale
• Lieve prins
San Desiderio
• Casca il mondo
Mangiafuoco ristorante
• Pamela de Marris
Bar Piazzetta
• Fabiola Quezada
Centro Culturale l'Arsenale
• Saudekova
• Monzoni
Ufficio Turistico d'Iseo
• Laura Morton
Crono Arte contemporanea
• Losciuto - Xiuwen
Villa Glisenti
• Lo spazio inatteso
Centro Arte Lupier
• Autoritratti al femminile
Teatro Alberti
• Teatrini - Sullivan
Arte.Novaglio
• Barbara Tucci
Area Imprinting
• Paesaggio del corpo

 


Biennale Internazionale di Fotografia di Brescia 2004


Museo di Santa Giulia Via Musei 81 / b Brescia
Appunti per una storia della fotografia al femminile
Berenice Abbott, Laure Albin Guillot, Francis e Mary Allen,
Eleonor Antin, Diane Arbus, Letizia Battaglia, Lillian Bassman,
Ruth Bernhard, Ilse Bing, Marilyn Bridges, Anne Brigman,
Alice Boughton, Margaret Bourke-White,
Julia Margaret Cameron, Maggie Cardelùs, Ghitta Carrell,
Imogen Cunningham, Louise Dahl-Wolf, Rineke Dijkstra,
Madame D'Ora, Trude Fleischmann, Martine Franck, Jill Freedman,
Giselle Freund, Susan Friedman, Toto Frima,
Christine Garcia Rodero, Nan Goldin, Yan Groover,
Annemarie Heinrich, Beatrice Helge, Florence Henri,
Gertrude Käsebir, Jaschi Klein, Barbara Kruger, Irina Ionesco,
Graciela Iturbide, Lotte Jacobi, Dorothea Lange, Annie Leibowitz,
Hellen Levitt, Elaine Ling, Dora Maar, Mari Mahr,
Anna Pisula Mandziej, Sally Mann, Mary Ellen Mark, Lee Miller,
Lisette Model, Tracey Moffat, Lucia Moholy, Sarah Moon,
Barbara Morgan, Shirin Neshat, Orlan, Bettina Rheims,
Leni Riefenstahl, Ernestine Ruben, Shinako Sato, Sara Saudekova,
Cindy Sherman, Sandy Skoglund, Ema Spencer, Elisabeth Sunday,
Kariin Szekessy, Joyce Tenneson, Deborah Turbeville,
Toni Von Haken, Eva Watson-Schütze, Dorothy Wilding,
Nancy Wilson-Payne, Francesca Woodman, Cui Xiuwen

a cura di Ken Damy, Giuliana Scimé e Mario Trevisan

dal 9 giugno al 14 settembre 2006
orario dal martedì alla domenica dalle ore 10 alle 18 - lunedì chiuso
inaugurazione venerdì 9 giugno 2006 ore 17


prosegue da pagina 2

In molti Paesi dell’America Latina le donne sono state e sono le migliori fotografe, spesso le più importanti.
In Messico, Tina Modotti ha tracciato la via a Manuel Alvarez Bravo, seguito dalle sue discepole che hanno dimostrato intelligenza indipendente e creatività originale.
La Modotti ha anche costruito la coscienza al vedere di Edward Weston che altrimenti, temo, avrebbe continuato sulla bella strada lastricata del ritrattista alla moda.
L’Argentina vanta un solo autore/autrice di prestigio internazionale: Annemarie Heinrich. La dolce Annemarie, fragile dal carattere di bambù flessibile alle offese del tempo, nel 1926, a quattordici anni, dalla Germania emigra con la famiglia a Buenos Aires. Nemmeno ventenne apre il suo primo studio, ritratto, nudo, teatro. Per la sua origine tedesca, durante la II guerra mondiale soffrì di emarginazione, non poteva acquistare pellicole ed utilizzò quelle cinematografiche. Lo raccontava con serenità, e grande dolore, unito alla cupa disperazione di essere la mancata suocera di un desaparecido: il giovane fidanzato della figlia Alicia che aspettava un bambino.
Annemarie è il mito della fotografia argentina, ed esemplare autrice di un’epoca, per la compostezza delle sue inquadrature, la bravura nel modulare le luci che plasmano le forme e le linee. Ogni artista di teatro (attori, musicisti, ballerini) che andava a Buenos Aires si recava nello studio di Annemarie per un ritratto, come tutta l’alta società.
Le Americhe ‘parlano’ al femminile in fotografia e ne sono coscienti, anche se negli Stati Uniti la prepotenza maschilista ha tenuto spesso le donne in sotto tono.
Per questo motivo, negli ultimi due decenni si sono moltiplicate le organizzazioni e gli eventi al femminile, a volte di esasperata rivendicazione femminista, in genere di pacata volontà a correggere le vistose ‘dimenticanze’ ed attribuire le corrette collocazioni all’interno della storia della fotografia.
Il ‘Women in Photography International’ è stato fondato nel 1981 con l’intento di: ‘comunicare idee, opportunità e la passione per la fotografia’. Ogni anno il WPI lancia un concorso, suddiviso in diverse categorie, ma è beffardo che della giuria facciano parte anche degli uomini. Dal 1985, onora con il Distinguished Photographers Award le donne che hanno contribuito in modo significativo all’evoluzione della fotografia. Nel dicembre dell’anno scorso a Ruth Bernhard, per il suo centesimo compleanno, è stato riservato uno speciale riconoscimento.
In quell’occasione, la Bernhard ha rilasciato una sorta di testamento morale: “Ogni volta che realizzo una fotografia celebro la vita che amo e la bellezza che conosco e la felicità che ho provato. Tutte le mie fotografie rispondono alla mia intuizione…Dopo così tanti anni, sono ancora motivata dallo splendore che la luce crea nel trasformare un oggetto in qualcosa di magico. Ciò che gli occhi vedono è un’illusione del reale. L’immagine in bianco e nero è ancora un’altra trasformazione. Ciò che davvero esiste, non potremo saperlo mai.”
Paesi assolutamente insospettabili si stanno svegliando con un impeto inatteso, e con finalità mirabili.
Il 29 dicembre scorso, a Kabul, in Afghanistan, si è inaugurata una mostra, la prima in assoluto nella storia del Paese, di quaranta donne, appena istruite alla fotografia in un corso di dieci giorni, finanziato dall’United Nations Population Fund.
Dieci giorni sembrano pochi, però queste donne sono in stato di estrema necessità. Durante le tre decadi di guerra civile, soltanto a Kabul si contano 30.000 vedove, circa due milioni e mezzo fra vedove e prive di risorse economiche nell’intero Paese. Il programma, che sarà esteso ad altre province, le educherà ad un mestiere che permetterà loro di sopravvivere, stimolerà l’autostima e, di conseguenza, migliorerà la loro posizione sociale.
Altri problemi di miseria e malattia, deve affrontare la Repubblica Democratica del Congo e chiede il contributo delle donne, ancora.
“ Grazie alle mie fotografie, desidero rendere più consapevoli le persone sull’AIDS, mostrare loro le conseguenze della malattia e consigliarle. Ma, desidero anche dimostrare la speranza che ho ancora in vita, malgrado la mia malattia.”
La dichiarazione di Julie, una delle quindici donne che la Fondation Femmes Plus di Kinshasa ha istruito alla fotografia, in un programma del Christian Aid. Rimasta sola, dopo la morte del marito, della piccola bambina e dei genitori, emarginata dalla comunità a causa della sieropositività, come altre donne nelle sue condizioni, viveva per strada. Una storia ricorrente per tutte, con pochissime insignificanti varianti.
Donne intelligenti, capaci di apprendere una nuova tecnica e forti abbastanza da documentare la loro vita quotidiana, le visite in ospedale e la tragica esperienza di questo flagello sociale.
Fin dall’inizio del corso, hanno incominciato a sentirsi meglio fisicamente e a curare il loro aspetto (igiene personale, abiti, pettinatura e un filo di civetteria femminile).
Alcune hanno gia ricevuto commissioni per servizi fotografici.
La fotografia come sistema taumaturgico.
A volte, purtroppo, le notizie che danno speranza vengono annullate da episodi barbari.
“ Reporters Senza Frontiere oggi hanno fermamente condannato i maltrattamenti fisici, incluse percosse ed abusi sessuali, che hanno subito tre donne fotografe straniere dalla polizia di Città del Messico, quando sono state arrestate durante un pesante attacco ad una manifestazione pacifica in un sobborgo di San Salvador Ateneo, il 4 maggio. Le vittime sono María Sostres, spagnola, Samantha Dietmar, studentessa tedesca di fotografia e Valentina Palma Novoa, studentessa cilena di antropologia e cinema. La polizia ha confiscato anche macchine fotografiche, pellicole, registratori e libretti di appunti. In un’intervista a WRadio, Sostres ha dichiarato: “I poliziotti ci hanno schiaffeggiato, fotografate e filmate, ci hanno spinto in una camionetta, chiuso le tende e picchiate. C’era sangue, ci hanno violentato e spogliate.”
Si direbbe un’infame storia di tempi remoti e tirannici, avvenuta in una qualche contrada dalle sopraffazioni sovrane.
Quel 4 maggio è del 2006, poco più di un mese prima dell’inaugurazione della Biennale.
Le donne in fotografia, comunque, hanno subito pressioni psicologiche, ostracismi e isterici rifiuti.
La determinazione, la chiarezza della volontà sono da sempre le leve che le hanno spinte nel perseguire un cammino non facile, anche per le più privilegiate.
Esempio è Julia Margaret Cameron, la prima grande autrice che si è inserita nella storia della fotografia.
Signora della buona società inglese, colta, cosmopolita, appassionata ed eccentrica, inizia a dedicarsi alla fotografia a quarantotto anni, quando oramai le donne dell’epoca erano in assoluto declino.
È nell’isola di Wight che avviene il miracolo, un’isola che deve emanare particolari onde magiche: vi viveva Alfred Tennyson e la Cameron, andandolo a trovare, decise di acquistare due cottages dove fissare la propria residenza.
Oscar Gustav Rejlander, nel 1863, si recò da Tennyson per riprenderne il ritratto. L’incontro fu fatale, la Cameron già ammirava il celebre fotografo, il primo che compose un’allegoria complessa con ben trenta negativi diversi, e pare che fu proprio lui a fornirle i primi insegnamenti del processo al collodio umido.
“Trasformai la carbonaia in camera oscura e il pollaio con le vetrate nella mia ‘casa a vetri’.
La società delle oche e dei polli cambiò subito in quella dei poeti, profeti, pittori e deliziose dame, che hanno reso immortale l’umile costruzione contadina.”
In quello studio, la dama inglese obbligava a posare davanti al suo apparecchio a lastre ogni vicino, conoscente, amico, membro della famiglia e, persino, fermava i passanti per la strada.
Un furore creativo che ebbe dei risultati unici. I suoi ritratti, soffusi da una malinconia sottile; le sue immagini simboliche così ben studiate nella composizione equilibrata sono dei capolavori di altissima classe.
Fu criticata, dai fotografi professionisti contemporanei, per la mancanza di messa a fuoco precisa, un elemento che definiva all’epoca la perizia tecnica. Infatti, le fotografie della Cameron sono sempre ‘morbide’, dai contorni sfumati e dai dettagli incerti. Elementi di grande fascino visuale che precorrono lo stile pittorialista.
Scelta o casualità? Ho sempre riflettuto sul fatto che la Cameron dette inizio alla sua avventura in fotografia già in età matura. Smise nel 1875, quando raggiunse il marito a Ceylon dove possedevano vaste piantagioni di tè, poco più di dieci anni di attività feconda e ricchissima. Era presbite? Non meraviglia, semmai la meraviglia è nel risolvere una menomazione visiva in opera d’arte.

segue a pagina 4

torna a pagina 1

torna a pagina 2

Scarica il testo in formato PDF

torna su

 

   
Sandy Skoglund   Anna Pisula Mandziej   Annie Leibowitz
       
  biennale internazionale di fotografia 2006 brescia  
       
Deborah Turbeville   Dora Maar   Elizabeth Sunday
       


 
   
Biennale Internazionale di Fotografia di Brescia 2004
25122 Brescia, Corsetto Sant’Agata 22 – Loggia delle Mercanzie
Organizzazione e ufficio stampa tel. 030 3758370 da lunedì a venerdì dalle 15 alle 19
Segreteria Museo Ken Damy tel. 030 3750295 da martedì a domenica dalle 15,30 alle 19,30. Chiuso lunedì
biennalefotografia06@alice.it - e-mail Museo ken Damy info@museokendamy.com