Biennale Internazionale
di Fotografia di Brescia 2004
Museo
di Santa Giulia Via
Musei 81 / b Brescia
Appunti per
una storia della fotografia al femminile
Berenice Abbott, Laure Albin Guillot, Francis e Mary Allen,
Eleonor Antin, Diane Arbus, Letizia Battaglia, Lillian Bassman,
Ruth Bernhard, Ilse Bing, Marilyn Bridges, Anne Brigman,
Alice Boughton, Margaret Bourke-White,
Julia Margaret Cameron, Maggie Cardelùs, Ghitta Carrell,
Imogen Cunningham, Louise Dahl-Wolf, Rineke Dijkstra,
Madame D'Ora, Trude Fleischmann, Martine Franck, Jill
Freedman,
Giselle Freund, Susan Friedman, Toto Frima,
Christine Garcia Rodero, Nan Goldin, Yan Groover,
Annemarie Heinrich, Beatrice Helge, Florence Henri,
Gertrude Käsebir, Jaschi Klein, Barbara Kruger, Irina
Ionesco,
Graciela Iturbide, Lotte Jacobi, Dorothea Lange, Annie Leibowitz,
Hellen Levitt, Elaine Ling, Dora Maar, Mari Mahr,
Anna Pisula Mandziej, Sally Mann, Mary Ellen Mark, Lee Miller,
Lisette Model, Tracey Moffat, Lucia Moholy, Sarah Moon,
Barbara Morgan, Shirin Neshat, Orlan, Bettina Rheims,
Leni Riefenstahl, Ernestine Ruben, Shinako Sato, Sara Saudekova,
Cindy Sherman, Sandy Skoglund, Ema Spencer, Elisabeth Sunday,
Kariin Szekessy, Joyce Tenneson, Deborah Turbeville,
Toni Von Haken, Eva Watson-Schütze, Dorothy Wilding,
Nancy Wilson-Payne, Francesca Woodman, Cui Xiuwen
a cura di Ken Damy,
Giuliana Scimé e Mario
Trevisan
dal 9 giugno al 14 settembre 2006
orario dal martedì alla domenica dalle ore 10 alle 18 - lunedì chiuso
inaugurazione
venerdì 9 giugno 2006
ore 17
prosegue
da pagina 2
In molti Paesi dell’America Latina le donne sono state e sono le migliori
fotografe, spesso le più importanti.
In Messico, Tina Modotti ha tracciato la via a Manuel Alvarez Bravo, seguito
dalle sue discepole che hanno dimostrato intelligenza indipendente e creatività originale.
La Modotti ha anche costruito la coscienza al vedere di Edward Weston che altrimenti,
temo, avrebbe continuato sulla bella strada lastricata del ritrattista alla
moda.
L’Argentina vanta un solo autore/autrice di prestigio internazionale: Annemarie
Heinrich. La dolce Annemarie, fragile dal carattere di bambù flessibile
alle offese del tempo, nel 1926, a quattordici anni, dalla Germania emigra con
la famiglia a Buenos Aires. Nemmeno ventenne apre il suo primo studio, ritratto,
nudo, teatro. Per la sua origine tedesca, durante la II guerra mondiale soffrì di
emarginazione, non poteva acquistare pellicole ed utilizzò quelle cinematografiche.
Lo raccontava con serenità, e grande dolore, unito alla cupa disperazione
di essere la mancata suocera di un desaparecido: il giovane fidanzato della
figlia Alicia che aspettava un bambino.
Annemarie è il mito della fotografia argentina, ed esemplare autrice di
un’epoca, per la compostezza delle sue inquadrature, la bravura nel modulare
le luci che plasmano le forme e le linee. Ogni artista di teatro (attori, musicisti,
ballerini) che andava a Buenos Aires si recava nello studio di Annemarie per
un ritratto, come tutta l’alta società.
Le Americhe ‘parlano’ al femminile in fotografia e ne sono coscienti,
anche se negli Stati Uniti la prepotenza maschilista ha tenuto spesso le donne
in sotto tono.
Per questo motivo, negli ultimi due decenni si sono moltiplicate le organizzazioni
e gli eventi al femminile, a volte di esasperata rivendicazione femminista,
in genere di pacata volontà a correggere le vistose ‘dimenticanze’ ed
attribuire le corrette collocazioni all’interno della storia della fotografia.
Il ‘Women in Photography International’ è stato fondato nel
1981 con l’intento di: ‘comunicare idee, opportunità e la
passione per la fotografia’. Ogni anno il WPI lancia un concorso, suddiviso
in diverse categorie, ma è beffardo che della giuria facciano parte anche
degli uomini. Dal 1985, onora con il Distinguished Photographers Award le donne
che hanno contribuito in modo significativo all’evoluzione della fotografia.
Nel dicembre dell’anno scorso a Ruth Bernhard, per il suo centesimo compleanno, è stato
riservato uno speciale riconoscimento.
In quell’occasione, la Bernhard ha rilasciato una sorta di testamento morale: “Ogni
volta che realizzo una fotografia celebro la vita che amo e la bellezza che conosco
e la felicità che ho provato. Tutte le mie fotografie rispondono alla
mia intuizione…Dopo così tanti anni, sono ancora motivata dallo
splendore che la luce crea nel trasformare un oggetto in qualcosa di magico.
Ciò che gli occhi vedono è un’illusione del reale. L’immagine
in bianco e nero è ancora un’altra trasformazione. Ciò che
davvero esiste, non potremo saperlo mai.”
Paesi assolutamente insospettabili si stanno svegliando con un impeto inatteso,
e con finalità mirabili.
Il 29 dicembre scorso, a Kabul, in Afghanistan, si è inaugurata una mostra,
la prima in assoluto nella storia del Paese, di quaranta donne, appena istruite
alla fotografia in un corso di dieci giorni, finanziato dall’United Nations
Population Fund.
Dieci giorni sembrano pochi, però queste donne sono in stato di estrema
necessità. Durante le tre decadi di guerra civile, soltanto a Kabul si
contano 30.000 vedove, circa due milioni e mezzo fra vedove e prive di risorse
economiche nell’intero Paese. Il programma, che sarà esteso ad altre
province, le educherà ad un mestiere che permetterà loro di sopravvivere,
stimolerà l’autostima e, di conseguenza, migliorerà la
loro posizione sociale.
Altri problemi di miseria e malattia, deve affrontare la Repubblica Democratica
del Congo e chiede il contributo delle donne, ancora.
“
Grazie alle mie fotografie, desidero rendere più consapevoli le persone
sull’AIDS, mostrare loro le conseguenze della malattia e consigliarle.
Ma, desidero anche dimostrare la speranza che ho ancora in vita, malgrado la
mia malattia.”
La dichiarazione di Julie, una delle quindici donne che la Fondation Femmes
Plus di Kinshasa ha istruito alla fotografia, in un programma del Christian
Aid. Rimasta
sola, dopo la morte del marito, della piccola bambina e dei genitori, emarginata
dalla comunità a causa della sieropositività, come altre donne
nelle sue condizioni, viveva per strada. Una storia ricorrente per tutte, con
pochissime insignificanti varianti.
Donne intelligenti, capaci di apprendere una nuova tecnica e forti abbastanza
da documentare la loro vita quotidiana, le visite in ospedale e la tragica esperienza
di questo flagello sociale.
Fin dall’inizio del corso, hanno incominciato a sentirsi meglio fisicamente
e a curare il loro aspetto (igiene personale, abiti, pettinatura e un filo
di civetteria femminile).
Alcune hanno gia ricevuto commissioni per servizi fotografici.
La fotografia come sistema taumaturgico.
A volte, purtroppo, le notizie che danno speranza vengono annullate da episodi
barbari.
“
Reporters Senza Frontiere oggi hanno fermamente condannato i maltrattamenti fisici,
incluse percosse ed abusi sessuali, che hanno subito tre donne fotografe straniere
dalla polizia di Città del Messico, quando sono state arrestate durante
un pesante attacco ad una manifestazione pacifica in un sobborgo di San Salvador
Ateneo, il 4 maggio. Le vittime sono María Sostres, spagnola, Samantha
Dietmar, studentessa tedesca di fotografia e Valentina Palma Novoa, studentessa
cilena di antropologia e cinema. La polizia ha confiscato anche macchine fotografiche,
pellicole, registratori e libretti di appunti. In un’intervista a WRadio,
Sostres ha dichiarato: “I poliziotti ci hanno schiaffeggiato, fotografate
e filmate, ci hanno spinto in una camionetta, chiuso le tende e picchiate. C’era
sangue, ci hanno violentato e spogliate.”
Si direbbe un’infame storia di tempi remoti e tirannici, avvenuta in
una qualche contrada dalle sopraffazioni sovrane.
Quel 4 maggio è del 2006, poco più di un mese prima dell’inaugurazione
della Biennale.
Le donne in fotografia, comunque, hanno subito pressioni psicologiche, ostracismi
e isterici rifiuti.
La determinazione, la chiarezza della volontà sono da sempre le leve che
le hanno spinte nel perseguire un cammino non facile, anche per le più privilegiate.
Esempio è Julia Margaret Cameron, la prima grande autrice che si è inserita
nella storia della fotografia.
Signora della buona società inglese, colta, cosmopolita, appassionata
ed eccentrica, inizia a dedicarsi alla fotografia a quarantotto anni, quando
oramai le donne dell’epoca erano in assoluto declino.
È
nell’isola di Wight che avviene il miracolo, un’isola che deve
emanare particolari onde magiche: vi viveva Alfred Tennyson e la Cameron, andandolo
a
trovare, decise di acquistare due cottages dove fissare la propria residenza.
Oscar Gustav Rejlander, nel 1863, si recò da Tennyson per riprenderne
il ritratto. L’incontro fu fatale, la Cameron già ammirava il celebre
fotografo, il primo che compose un’allegoria complessa con ben trenta
negativi diversi, e pare che fu proprio lui a fornirle i primi insegnamenti
del processo
al collodio umido.
“Trasformai la carbonaia in camera oscura e il pollaio con le vetrate
nella mia ‘casa a vetri’.
La società delle oche e dei polli
cambiò subito in quella dei poeti, profeti, pittori e deliziose dame,
che hanno reso immortale l’umile costruzione contadina.”
In quello studio, la dama inglese obbligava a posare davanti al suo apparecchio
a lastre ogni vicino, conoscente, amico, membro della famiglia e, persino,
fermava i passanti per la strada.
Un furore creativo che ebbe dei risultati unici. I suoi ritratti, soffusi da
una malinconia sottile; le sue immagini simboliche così ben studiate
nella composizione equilibrata sono dei capolavori di altissima classe.
Fu criticata, dai fotografi professionisti contemporanei, per la mancanza di
messa a fuoco precisa, un elemento che definiva all’epoca la perizia
tecnica. Infatti, le fotografie della Cameron sono sempre ‘morbide’,
dai contorni sfumati e dai dettagli incerti. Elementi di grande fascino visuale
che precorrono lo stile pittorialista.
Scelta o casualità? Ho sempre riflettuto sul fatto che la Cameron dette
inizio alla sua avventura in fotografia già in età matura. Smise
nel 1875, quando raggiunse il marito a Ceylon dove possedevano vaste piantagioni
di tè, poco più di dieci anni di attività feconda e ricchissima.
Era presbite? Non meraviglia, semmai la meraviglia è nel risolvere una
menomazione visiva in opera d’arte.
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