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Biennale Internazionale di Fotografia di Brescia 2006


Museo di Santa Giulia Via Musei 81 / b Brescia
Nel silenzio di una storia
Destiny Deacon, Anna Gaskell,
Jitka Hanzlova, Hannah Starkey
a cura di Gigliola Foschi

dal 9 giugno al 14 settembre 2006
orario dal martedì alla domenica dalle ore 10 alle 18 - lunedì chiuso
inaugurazione venerdì 9 giugno 2006 ore 17

Nel silenzio di una storia
Frammenti di storie sospese, silenziose, oppure grottesche e fantastiche. Storie protese a riattivare memorie personali e al contempo collettive, a indagare l'universo femminile nei suoi momenti più intimi e quotidiani, a ricostruire relazioni con gli altri o con la natura. Per Destiny Deacon, Anna Gaskell, Jitka Hanzlovö e Hannah Starkey la fotografia non è mai un piatto strumento di documentazione del reale, bensì una sorta di sonda sensibile capace di accumulare emozioni, di indagare gli strati più profondi di noi stessi e la nostra relazione con il mondo che ci circonda. Anche se Anna Gaskell e Hannah Starkey costruiscono le loro immagini con accurate messe in scena sottilmente sospese tra in realtà e finzione, mentre Destiny Deacon e soprattutto la Hanzlova fotografano situazioni vissute, ciò non di meno le opere di queste autrici risultano unite dalla capacità di creare immagini pensose e interrogative, che proiettano le nostre emozioni al di là di ciò che esse danno a vedere. Tra bambole nere che sembrano personaggi reali, e personaggi fasulli di storie vere, le immagini dell'australiana di origine aborigena Destiny Deacon mettono in scena l'immaginario femminile e affrontano il tema autobiografico dell'identità e della discriminazione razziale. Le bambole nere rappresentano il popolo aborigeno "come bambole siamo sempre stati considerati dall'Australia biancaÓ, racconta questa artista che crea immagini dove bambole, cose e persone costruiscono narrazioni misteriose e inesplicabili, in cui si materializzano verità archetipiche e avvenimenti infantili, traumatici e nascosti. Inquietanti e visionarie, in parte costruite e in parte autobiografiche, tutte le sue immagini sono realizzate utilizzando Polaroid successivamente ingrandite su carta fotografica, il che le permette di ottenere colori morbidi, a loro volta come intrisi di oscurità e di atmosfere oniriche. Ugualmente costruite con una narrazione discontinua e sospesa sono le immagini dell'americana Anna Gaskell che, come già quelle di Cindy Sherman della serie Film Still, paiono tratte da un film misterioso senza inizio né fine. Volutamente di grande formato - quasi volessero porsi in competizione con lo schermo cinematografico - le sue immagini seducono con la loro bellezza quasi fiabesca, e al contempo appaiono ambigue, attraversate da oscure forze sotterranee. Diversamente dalla Sherman - che ha sempre dichiarato di non aver mai fatto riferimento a un film o a una storia precisa - la Gaskell, fin dai suoi primi lavori, ha spesso preso spunto da testi tra il fantastico e l'inquietante (come Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carrol, Rebecca di Daphne du Maurier, o Giro di vite di Henry James), per costruire storie enigmatiche e interrotte, simili a finestre aperte sulla fantasia e sull'inconscio. Nella serie 1991, invece, la storia di partenza è legata a un avvenimento della sua adolescenza, da lei ricostruito chiedendo a ognuna delle sue sorelle cosa ricorda di quell'episodio. Nate da rievocazioni che il trascorrere del tempo ha reso contraddittorie e vaghe, le opere di questa serie appaiono simili a frammenti non metabolizzati di memorie fluttuanti e spezzate: memorie, reminiscenze estremamente intime e al contempo oscure, fatte di azioni sospese, non concluse, che paiono rappresentare giocosi e ambigui riti di passaggio legati alla sessualità adolescenziale e all'identità femminile. Meno surreali e più realistici, i lavori dell'irlandese Hannah Starkey mettono anch'essi in discussione la nostra abituale propensione a considerare la fotografia come un medium oggettivo e documentario. Realizzate con attrici professioniste invitate a rappresentare se stesse, queste opere sembrano cogliere momenti quotidiani sospesi in un tempo cristallizzato, dove le protagoniste guardano alla propria interiorità e affrontano pensieri reconditi. Al contempo "reali" e leggermente false, interrogative e misteriose, le sue opere riescono a mettere in scena momenti intimi dell'universo femminile, capaci a loro volta di riattivare le nostre personali memorie. Jitka Hanzlovö con la serie Forest ridà un volto alla foresta fotografandola in solitudine, di notte. Ritrae alberi, rami, piccoli animali, radure, nel tentativo di ritrovare ed esplorare le proprie e le nostre radici antiche. Così lei stessa racconta: "Ho iniziato a fotografare gli alberi come se stessi facendo dei 'ritratti senza occhi', poi ho cercato di fotografare anche quello che ascoltavo, che sentivo con il corpo. Nel bosco non c'era nessuno che mi guardasse o comunicasse direttamente con me, così ho dovuto guardare sempre più dentro me stessa". Con un approccio analogo a quello della serie Female - dove la Hanzlovà si era interrogata sull'identità femminile, andando a ritrarre una cinquantina di donne colte nel momento in cui abbandonavano la loro maschera pubblica e rivelavano le loro emozioni più intime - ecco che le immagini di Forest nascono da un incontro autentico, profondo, tra lei e il bosco della sua infanzia. Prive di ogni fuga nell'accattivante o nell'allegoria, le sue opere fanno emergere la presenza stessa della foresta, che semplicemente si manifesta per quello che è, nella sua datità, nella sua essenza: una presenza forte e al contempo misteriosa, silenziosa e intensa, che ci ricorda il mondo, troppo spesso dimenticato, delle nostre origini e della natura
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Gigliola Foschi
cindy sherman   cindy sherman biennale internazionale di fotografia 2006 brescia  
   
Hanna Starley   Hanna Starley Anna Gaskell  
       
   
       
Anna Gaskell   Destiny Deacon Destiny Deacon  
       
   
       
Destiny Deacon   Jitka Hanzlovà Jitka Hanzlovà  
         


 
   
Biennale Internazionale di Fotografia di Brescia 2004
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