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biennale internazionale di fotografia di brescia 2008
III edizione
dal 12 giugno al 14 settembre
direttore artistico ken damy

in qualche parte del mondo



martin chambi - perù 1934


Il tema di questa edizione della Biennale è la sintesi di un progetto di lungo respiro
che nasce nel 1990.
Durante un breve viaggio in Algeria in occasione della “biennale dei giovani artisti
del mediterraneo”, responsabile per il settore fotografia - a 40 anni esatti già fuori tempo massimo come artista - vengo folgorato dal bianco e dal blu di quel paese.
Il bianco abbagliante della calce stesa a più mani durante lunghi secoli a coprire sangue e salsedine e il blu del cielo limpido come solo in NordAfrica si può vedere.
L’Algeria bella e pericolosa, come una donna araba velata di cui vedi solo i profondi occhi neri, segnò l’inizio di un nuovo viaggio all’interno del “pianeta” fotografia.
Nello stesso anno nasceva, non casualmente, il museo ken damy e terminava la mia esperienza di grafico pubblicitario.

Come nelle passate edizioni la Biennale affronta, di tema in tema, la storia della fotografia, dalle origini fino agli autori contemporanei, obbligandoci a serie riflessioni sullo specifico del mezzo.
Troppo poco ancora si conosce l’evoluzione di questo formidabile
mezzo di comunicazione.
Un’ indagine a tutto campo su un tema affascinante e difficile allo stesso tempo.
L’esclusione della fotografia di reportage (può sembrare una forzatura) è una scelta voluta e sofferta per la vastità delle proposte sul mercato, che ci impone alcune riflessioni: prima fra tutte la globalizzazione della comunicazione visiva.
Dagli esordi della fotografia, circa 170 anni fa, ai giorni nostri con le relativamente recenti  invenzioni di televisione ed internet, la visione del mondo è cambiata e in maniera radicale. Nel bene e nel male.
Nel bene perché il viaggio con il suo bagaglio di democrazia culturale è alla portata di molti, nel male perché molti viaggiano in maniera distratta e con poco tempo a disposizione, fagocitando di tutto e di più con la macchina fotografica perennemente pronta allo scatto. Milioni e milioni di fotografie di viaggio per “farsi belli” di fronte agli amici e, va detto ad onor di cronaca che, complice la moderna tecnologia digitale e l’innegabile bellezza dei luoghi, a volte anche quelle scattate da semplici turisti risultano splendide fotografie. Ma senza nessun progetto, né di analisi né culturale.
Pregi pochi e difetti molti di quella che io chiamo democrazia visiva.
La Biennale, per il ruolo autoriale delle proposte delle passate edizioni, deve affrontare
in maniera del tutto diversa il tema del viaggio.
Autori storici e autoctoni, consacrati dalla storia, di paesi lontani a confronto con i più validi autori contemporanei ci danno una visione artistica, mediata da varie culture, di grande impatto visivo.
Molte le sezioni presenti in Santa Giulia che apre alla Biennale anche lo spazio più raccolto del lato sinistro: da Nadar a Chambi passando per Curtis a ripercorrere visivamente l’evoluzione della storia della fotografia; dall’architettura realmente saccheggiata nell’Ottocento da tutti i più importanti fotografi, alla sezione del ritratto che rimane uno dei temi più cari a molti artisti.
Nelle architetture si legge la storia, si vedono le ferite provocate da guerre e da catastrofi naturali – siamo sicuri che siano sempre naturali? – ma è nei visi dei popoli, peruani o cambogiani poco importa, che si legge la vita: questa nostra vita che pochi dissennati per gusto sadico di potere e gloria gettano via a milioni in fosse comuni.
I fotografi contemporanei  si interrogano anche su questo sottolineando, con immagini
di grande bellezza, il dramma del nostro pianeta.
E la Biennale di Brescia ha invitato questi autori, non altri, consapevole del
ruolo sociale che l’arte deve avere.
Un grazie a tutti gli artisti, ai collaboratori e ai critici che, con i loro testi, ci permetteranno di crescere e di capire qualcosa in più di quanto non possa già dimostrare da sola “la meravigliosa invenzione”.
Nel museo di Santa Giulia vengono presentate numerose mostre racchiuse in alcune sezioni tematiche.
In “luci della città", che è l’inizio del percorso della Biennale, vengono esposti alcuni ritratti di Nadar del 1855 e di altri validi autori del medesimo periodo. La fotografia dopo i primi balbettii e i lunghissimi tempi di esposizione che inevitabilmente obbligava a soggetti fermi, come le riprese di architettura, raggiunge una discreta perfezione.
Riducendo i tempi di ripresa a pochi secondi, iniziando ad usare negativi di carta che,
a differenza dei dagherrotipi e ferrotipi, copie uniche, permettono di ottenere molte copie uguali, il ritratto di personaggi famosi diventa comune. Da collezione diremmo oggi. Numerose riviste, illustrate fino a quel periodo con disegni e incisioni, iniziano a pubblicare nella prima pagina un ritratto sapientemente incollato a mano. Attori di teatro, scrittori di fama passano per lo studio di Nadar, atelier di lusso che ospita anche mostre di pittura. Famosa quella “prima” che ospitò gli impressionisti che nessuno voleva esporre. La nuova arte non aveva paura della nuova pittura.
La Francia è ampiamente presente con numerose albumine e carte salate di grandi
dimensioni, palazzi, castelli e la città di Parigi nei sui angoli più belli.
Sul finire del secolo Atget, qui ricordato, inizia una catalogazione, termine oggi di moda,
di tutte le vie minori, di tutti i negozi, di tutte le insegne e se oggi conosciamo anche la vita comune di quella grande Ville Lumiere è merito suo.
Le travaux publics è un interessante e ampia sottosezione: il lavoro, mai esposto in Italia, ci presenta la prima campagna fotografica commissionata da un ente pubblico.
Autori di cui non conosciamo ancora il nome, ma sicuramente validi professionisti
del periodo, circa 1870/80, girano in lungo e in largo la Francia a documentare lo stato
dei lavori pubblici che stavano modernizzando il paese e il modo di vivere: ponti, strade, bonifiche.
Il Giappone, visto attraverso le albumine colorate a mano dai validi fotografi della scuola di Fukasawa, ci introduce nella tematica vera e propria di questa Biennale.
Paesi lontani, culture diverse dal Nepal al NordAfrica, agli Stati Uniti si fanno conoscere attraverso gli scatti di coraggiosi fotografi che intraprendono faticosi e lunghi viaggi che potevano durare anni.
Inizia la globalizzazione visiva.
Molti di questi fotografi di origine europea, si innamorano di questi paesi ed aprono studi ad Algeri, a Tunisi e al Cairo. Il commercio di immagini orientali in Europa diventa un vero e proprio business; queste immagini stampate all’albumina o con la tecnica della photogravure, più veloce ed economica, vengono appese con eleganti pass decorati come veri e propri quadri.
Diverso il caso America dove la fotografia è già pane quotidiano; in mostra alcune rare albumine di varie città tra cui San Francisco e New York di fine Ottocento.
Del resto d’Europa una stringata ma molto efficace esposizione con splendide albumine di architettura di grande formato.
Già troppo conosciute sono le città d’arte italiane ma non mancheranno immagini di Alinari, Brogi ed altri: con alcune rare immagini anche di Brescia.
Per restare in Italia una curiosa mostra di 140 piccole albumine del premiato stabilimento Ganzini che vengono realizzate per l’esposizione industriale italiana del 1881 a Milano: “costumi delle varie regioni italiane”.
La raccolta è integrale e non è mai stata esposta.
Questa mostra è presentata anche in versione video: in grande formato si possono gustare i dettagli dei vestiti appositamente realizzati per i manichini originali in seguito fotografati in studio da Ganzini.
L’Ottocento termina con una sezione di cento fotografie in tre D pubblicate a fine secolo
a New York. Si potranno vedere con 4 apparecchi originali. Immagini riprese un po’ in tutto il mondo, dagli Indiani d’America agli animali esotici in Brasile.
Una piccola esperienza nella fotografie tridimensionale d’antan che tanta meraviglia
e stupore suscitò all’epoca.
La fotografia del 900 inizia con la sezione American West dedicata agli Indiani d’America.
Di Edward Sheriff Curtis, personaggio mitico per chi si interessa di fotografia, vengono presentate 50 photogravure originali di inizio secolo. La fotografia è ormai matura anche
sotto l’aspetto tecnico; mai un’arte ha avuto cosi importanti sviluppi estetici dovuti
ad un affinamento della tecnica oltre a nuove scoperte chimico ottiche.
L’impresa ciclopica di Curtis, pubblicata in quegli anni in raffinati portfolio, con il suo amore per i nativi americani decimati dalla conquista del West e rinchiusi nelle riserve, rimane uno dei capisaldi della ricerca antropologica.
20 anni di lavoro con difficoltà di lingua, con incomprensioni dovute alla ovvia diffidenza nei confronti di un “nemico” bianco “con la scatola magica che ruba l’anima”, senza strade e con la pesante apparecchiatura – chimici compresi – trasportata su un carro ci permettono ancora oggi di conoscere e vedere usi e costumi di un popolo tra i più fieri e ribelli.
Siamo alla vera tematica di questa Biennale.
La sezione si chiude con un omaggio di Jeff Dunas: 10 stupendi ritratti di un gruppo di nativi americani con i costumi tradizionali impegnati a tramandare le tradizioni della loro gente in giro per gli Stati Uniti.
La sezione Latino America è quella numericamente più corposa e di grande qualità.
Non è un segreto per nessuno che i Sudamericani abbiano prodotto, in virtù di una marcata autonomia che ha mixato da secoli lo spirito indios con la imposta, con violenza, religione cattolica, una cultura meticcia di grande spessore estetico.
Martin Chambi, introdotto da alcune immagini dei fratelli Vargas presso cui imparò
il mestiere, invade lo spazio espositivo con oltre 120 immagini.
Fotografo straordinario, l’indio Martin, già negli anni 20 esegue ritratti alla ricca borghesia di Cuzco – sua città natale, dopo una breve e difficile esperienza ad Arequipa – dimostrando una padronanza del mezzo eccezionale.
Ma è l’amore per la propria gente che trasuda dalle immagini realizzate in studio che più ci colpisce.I ritratti dei campesino, che sicuramente non pagavano i suoi servizi fotografici come i ricchi borghesi, che non potevano pagare per niente le sue fotografie,
sono straordinari, come lo sono le fotografie di architettura degli antenati Inca.
Ritengo utile ricordare che negli anni 20 del 19° secolo raggiungere il Machu Piccu a piedi e con l’ingombrante attrezzatura a lastre sul dorso di un asino era già di per sé una impresa eroica.
A seguire la mostra di Juan Manuel Castro Prieto, spagnolo che si reca per la prima volta in Perù per stampare le lastre dello scomparso Chambi, paese di cui si innamora e che visiterà più volte.
Manuel per realizzare il suo progetto utilizzerà in seguito proprio la vecchia e pesante attrezzatura di Chambi, realizzando “Viaje al sol”, libro e mostra straordinaria qui presentata.
La sezione Latino America presenta anche due mostre di notevole interesse creativo.
Di Mario Cravo Neto, brasiliano, è già stato scritto di tutto: grande artista visuale e non solo fotografo, Mario trasforma i sogni in impeccabili immagini alcune di grande formato.
Frammenti di realtà trasformati in suggestioni evocative, particolari strettissimi a significare e suggerire il tutto.
Javier Silva Meinel, anche lui peruano, compie un operazione molto differente inventandosi, con la complicità dei modelli sapientemente scelti per lo più in zona amazzonica, una opera teatrale in vari atti.
La finzione dichiarata è portata all’eccesso e i suoi ritratti diventano surreali ma con spirito antico legato alla Madre Terra a cui si deve la vita.
Tutto ciò che ci viene dalla vita.
La mostra di Javier si apre con due immagini omaggio a Chambi.
Anche la sezione ritratti – la più complicata sotto l’aspetto espositivo in quanto il ritratto compare in quasi tutte le mostre personali – viene aperta da un latino americano, il già apprezzato quattro anni fa Luis Gonzalez Palma.
Grandi immagini evocative della cultura Maya, ma non solo realizzate con la sua straordinaria tecnica di stampa che ne arricchisce il contenuto emotivo.
L’India è presentata corposamente con le immagini interamente e magnificamente dipinte di Photoservice Delhi e altri studi indiani del medesimo periodo dagli anni venti agli anni quaranta. In fase di allestimento si è preferito esporre questo gruppo a fianco delle immagini dell’Ottocento indiano. Lo spazio più raccolto ne sottolinea l’intensità espressiva, veri e propri quadri di straordinaria freschezza.
Lo svizzero Marco Paoluzzo ci porta in Africa con una serie di immagini in b/n delicate
e rispettose, non rubate come è di moda dal turista mordi e fuggi, dedicate alle etnie nomadi dell’Etiopia - la culla della nostra civiltà - e dell’americano Phil Borges avremo un assaggio della sua personale alla galleria Paci arte contemporanea.
Ritratti di grande tecnica, con viraggi parziali realizzati appunto in qualche parte del mondo.
Gli Sciamani dell’americana Elisabeth Sunday verranno presentati con una suggestiva installazione nello studio del Moretto, oggi sede di ReartunoStudio, a pochi passi dal museo di Santa Giulia.
Un’altra importante sezione è dedicata al paesaggio, alla strada e al deserto, temi fondamentali per una Biennale dedicata al viaggio.
Del nostro Franco Fontana viene presentata la Route 66, non a caso la strada più famosa del mondo per una intera generazione di fotografi, e subito dopo il deserto americano aspro e selvaggio che ne è il contorno, in grande formato a colori, di Mario Vidor. La natura riprende il ruolo di musa ispiratrice della fotografia.
Siamo alle ultime grandi sale di Santa Giulia e mai come in questa edizione si è tenuto conto dello spazio a disposizione, la fotografia contemporanea necessita di spazio adeguato.Ancora sui deserti americani la grande tavola di Lucien Clergue e il rientro in Italia con una stringata serie di Mario Giacomelli, con alcune immagini inedite, dei suoi famosi paesaggi marchigiani.
L’Italia sin qui poco rappresentata avrà ampio spazio con l’omaggio a Venezia in altra sede.
Ho lasciato a Jeff Dunas il compito di rappresentare l’America di oggi.
Jeff ha vissuto per lunghi anni a Parigi ma è rimasto profondamente americano e al suo rientro negli Stati Uniti si è meravigliato lui stesso di come una certa America degli stati
del sud non fosse cambiata.
L’ha girata in lungo e in largo alla ricerca della propria infanzia rivedendola e scoprendola un poco alla maniera di Wim Wenders di cui vedremo solo due immagini – troppo pressato da impegni registici italiani, per prepararci una mostra personale.
Una pausa estetica in b/n nei paesaggi impervi e suggestivi del Ladakh, il Tibet indiano, con gli occhi e il cuore di Prabuddha Das Gupta, valido e mistico
autore indiano,  per passare alla violenza del quotidiano.
La Fotografia Contemporanea si interroga sulla follia dell’uomo.
Kabul e l’Afganistan massacrati da una guerra senza fine nelle grandi immagini a colori
di Simon Norfolk, autore inglese sensibile e raffinato: una guerra che lascia rovine
a non finire, trasformate in valore estetico, il che ci deve far riflettere.
Senza sosta per pensare e siamo alla Beirut di Gabriele Basilico e di Randa Mirza,
giovane artista che in Libano è nata e che ritorna a Brescia per la seconda volta.
Gli esterni di Gabriele, impressionanti rovine di una città che fu per lunghi anni il luogo
più ameno del Medio Oriente e gli interni di Randa, le viscere altrettanto in rovina
di una grande città senza scampo.
La mia cattiveria positiva e critica lascia l’ultimo grande salone a Philippe Chancel
e alla sua visione magica di Pyong Yang, la capitale della Corea del Nord.
L’ultimo sogno di un dittatore.
Pensavo alle immagini drammatiche che la televisione ci mostra ad orologeria di questo paese, alla gente che muore a migliaia di fame e mi sono ritrovato in una realtà surreale.
Tutto troppo bello, tutto troppo ordinato, chissà.
La Biennale si sposta in Castello, una piacevole passeggiata, in salita purtroppo, tra
i meravigliosi vicoli antichi di Brescia, e di nuovo senza respiro con le donne del Darfur
che si rotolano nel sangue: l’ultima performance della nostra grande Vanessa Beecroft realizzata per la 52° Biennale di Venezia; in mostra anche tre grandi opere di Sudan project. Il Sudan con le sue drammatiche vicende ha colpito pesantemente nell’animo della Beecroft.
Un poco di respiro con le oniriche immagini di città sognate e digitalmente realizzate
in grandissimo formato di Giampaolo Tomasi e finalmente in discesa per la mostra dedicata a Venezia nel suggestivo spazio della ex chiesa dei SS Giacomo e Filippo.
Il tempo a Venezia si è fermato e la fotografia ne trae le conseguenze.
Ritorniamo all’Ottocento con importanti immagini di validi autori, tra cui Bresolin, Naya
con albumine di grande formato, per presentare il progetto della galleria Bugno che di anno in anno chiede ad autori molto diversi tra loro, sia per lo stile che per l’impostazione ideologica, di re-interpretare la città più fotografata del mondo.
Non è un’impresa semplice, ma Giovanni Chiaramonte, Maurizio Galimberti, Jean Janssis e Marco Zanta ci sono riusciti in maniera egregia.
Il famoso Fulvio Roiter, veneziano doc, avrà uno spazio speciale e non poteva essere diversamente, il suo libro Essere Venezia vanta il record mondiale per copie vendute.
Tutti amiamo Venezia e questa mostra ce ne presenta anche alcuni aspetti inediti.
In pieno centro città nel Museo Ken Damy viene presentato il progetto di Hana Jaklova, giovane artista Ceca che interpreta con Big Sister il mondo di internet e della realtà virtuale e in uno dei suoi temi più scottanti: quello della prostituzione, vera prostituzione accettata e partecipata anche nell’aspetto estetico.
A fianco del museo nella splendida chiesa del duecento di San Zenone all’Arco presento una installazione dedicata ad un altro paese martoriato da una guerra feroce ed assurda, la Cambogia con Kmer Portrait, immagini in b/n di grande formato e un video.
Nel nuovo spazio Contemporanea allo stesso numero civico del museo Ken Damy, ristrutturato da poco, vengono presentati tre autori: Marco Ambrosi con il suo ultimo video in una sala appositamente adibita ad i video d’artista, Cosimo Di Leo Ricatto con
un significativo omaggio concettuale alla città di Brescia in quaranta istantanee e la grande mostra-installazione di Robert Gligorov, che continua a stupirci per la sua capacità creativa in continua evoluzione.
La Biennale non finisce qui ma si sposta nelle gallerie private che continuano l’esperienza ormai consolidata da 2 edizioni.
I loro autori concordati con la direzione ma scelti in piena autonomia di interessi, tutti di alto livello, continuano a sviscerare il tema scelto di questa Biennale, dall’India di Ferdinando Scianna al ritorno a Brescia dopo lunghi anni di assenza di Paolo Ielli con i suoi Miraggi.
Un percorso da fare a piedi per poter gustare anche gli aspetti architettonici e il sapore cosmopolita della città che ospita la Biennale.


per info: info@museokendamy.com - biennalefotografia06@alice.it
tel 030 3758370 dalle ore 15,30 alle 19,30 dal martedì alla domenica
Biennale Internazionale di Fotografia di Brescia
25122 Brescia, Corsetto Sant’Agata 22 – Loggia delle Mercanzie
Organizzazione e ufficio stampa tel. 030 3758370 da lunedì a venerdì dalle 15 alle 19
Segreteria Museo Ken Damy tel. 030 3758370 da martedì al sabato dalle 15,30 alle 19,30. Chiuso domenica e lunedì
biennalefotografia06@alice.it - e-mail Museo ken Damy info@museokendamy.com
I biglietti si vendono esclusivamente al Museo di S. Giulia