sabato 30 gennaio 2016 alle ore 18.30
inaugurazione della mostra di 
fausto capitanio
la serialità del male
in collaborazione con il museo ken damy e nuova rivista letteraria





Le immagini di Fausto Capitanio rappresentano i luoghi famigerati in cui hanno trovato espressione le più efferate manifestazioni, le conseguenze ultime di razzismi, nazionalismi e totalitarismi: i campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau, la risiera di San Sabba, le prigioni di Robben Island in Sudafrica e le carceri cambogiane.
Allievo a Brescia dell'Accademia Internazionale di fotografia di Ken Damy, Capitanio propone qui una serie di immagini che sembrano enfatizzare, in primo luogo, non tanto la banalità, quanto la serialità del male.
Filo spinato, muri scrostati, ambienti di inaudito squallore, ritratti di carcerati, di prigionieri, di defunti, volti e corpi senza vita, esibiti per il ricordo delle generazioni future, sono comuni a tutti i luoghi di detenzione fotografati, quasi a suggerire come il male si ripeta allo stesso modo, a ogni latitudine.
Ci sarebbe il rischio di lasciarsi assuefare da queste vedute, da questi scorci così apparentemente uguali, di smarrirsi nel cupo bianco e nero di muri di recinzione, corridoi e porte senza soluzione di continuità, e file di letti vuoti.
Ma a ben guardare, in ogni luogo il fotografo ha saputo trovare un elemento che lo rende tragicamente unico, un "punctum" fotografico, ovvero, secondo Roland Barthes, "quella fatalità che (in una fotografia) mi punge, mi ghermisce".
Tra le foto di Auschwitz, per esempio, appaiono due immagini di vagoni ferroviari blindati, fermi su un binario morto: sono, ovviamente, i convogli che trasportavano i prigionieri nei campi di detenzione.
La fotografia si limita a mostrare, scarna ed essenziale nei suoi grigi e neri. Ma già mostrare, a questo modo, è evocare - e provocare - nella mente di chi guarda emozioni di un passato tragico non vissuto in prima persona e metterle a confronto con il proprio discutibile presente.
Allo stesso modo,  le geometrie inquietanti di San Sabba, con infinite teorie di porte che sembrano aprirsi sul nulla, impongono la riflessione su quella segregazione come spettro per il nostro futuro.
E che dire di quella tromba che sembra dimenticata in una cella di Robben Island Davvero "ci punge, ci ghermisce" con le note che immaginiamo abbia suonato, con quelle che la immaginiamo suonare.
E le reti sfondate al centro di vuote celle cambogiane parlano di solitudine, desolazione e morte ancora più - e certo altrettanto intensamente - delle foto di cadaveri reperibili nel museo della prigione.
Se le immagini esposte nei musei delle carceri e dei campi, i tanti volti dei deportati, i corpi senza vita, rappresentano, come ha osservato in un altro luogo Ferdinando Scianna, una rivolta contro l'atteggiamento del potere che "pretende persino di cancellare dal passato, dalla storia, l'esistenza stessa non solo del delitto, ma anche delle vittime",  l'assenza pressoché totale di presenze umane nelle foto di Capitanio permette di leggere ogni suo scatto come un "testo" sulla perdita, sulla fine.
Un testo visuale che può essere colto ancor più pienamente se messo a confronto con i testi narrativi, discorsivi, della rivista.
Silva Albertazzi

visual art
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fino al 28 febbraio 2016
dal giovedì al sabato dalle ore 15.30 alle ore 19.30
apertura della mostra mercoledì 27 gennaio ore 15.30 in occasione della giornata della memoria
inaugurazione ufficiale con l'autore e presentazione di giuseppe ciarallo e cristina muccioli 
sabato 30 ore 18.30
info@museokendamy.com



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