fulvio roiter
naquane
le incisioni rupestri e la val camonica
a cura di ken damy
testo critico di Mauro Corradini


15 ottobre – 24 novembre
inaugurazione sabato 15 ottobre ore 18





La Valcamonica di Fulvio Roiter
Mauro Corradini

1. È probabile che ognuno di noi, di fronte ai graffiti di epoche lontane, cerchi la risposta segreta
ad un quesito: quale significato attribuire a questi segni? Altrettanto probabile diviene pensare che
questi segni, incisi dall’uomo sulle rocce di Naquane, significhino qualcosa di più del semplice
gesto di tramandare notizie, che pure esistono, sono state studiate, hanno fornito utili indicazioni
sulla vita degli uomini in quell’ampio lasso di tempo che va dalla metà del II millennio all’età del
bronzo; i segni di Naquane, come quelli di un ampio territorio che va dall’odierna Africa
settentrionale all’attuale Norvegia, i segni preistorici della Penisola Iberica e quelli scandinavi
sembrano iniziare col definire per emblemi un universo astratto: “labirinti, dischi solari a tre
gruppi di raggi, o concentrici e splendenti, o segnati con un punto al centro o con una croce
inscritta” (Claude Roy) in realtà trascrivono idee pensieri, simboli, ma non tolgono valore all’altro
repertorio, di carri e di cervi, di capanne e percorsi, che di fatto costituiscono il patrimonio di
informazioni, bisogni, esperienze che i nostri progenitori hanno tramandato. E possiamo davvero,
a partire dai cacciatori franco-cantabrici, parlare di progenitori: lo osservava acutamente George
Bataille, mezzo secolo fa, scrivendo entusiasticamente dei graffiti ritrovati un decennio prima
nella grotta della valle della Vézère: databili al paleolitico-superiore, con i suoi segni, le sue pitture
naturali, le sue tracce incise, l’uomo di Lascaux scopriva la magia dell’arte, creava il meraviglioso
che si agita dentro l’uomo, creava “dal nulla l’universo dell’arte, dove comincia la comunicazione
tra gli spiriti”. Per la prima volta, l’uomo preistorico diviene artista e comprende l’importanza
dell’immaginazione, “oppone all’attività utilitaria la figurazione inutile dei suoi segni che
seducono, nascono dall’emozione e si indirizzano solo ad essa”.
È probabile che i segni di Lascaux o quelli Camuni nascano anche da intenzioni magiche, rituali, di
natura religiosa o comunicativa; a noi riesce difficile oggi intendere quali possano essere, così come
improbabile ci appare inseguire mentalmente i riti che forse hanno preceduto queste figurazioni:
abbiamo solo la certezza del fascino, l’inquietudine e il turbamento di animi che dialogano
direttamente con noi dalla profondità e dalla lontananza dei tempi: e ci sentiamo vicini, uniti nel
medesimo respiro, che è proprio quello dell’arte, non importa come venga raffigurata.

2. Non so quali pensieri, circa mezzo secolo or sono, quando Bataille scriveva la straordinaria
pagina che ci sostiene, animassero Fulvio Roiter mentre incontrava la Valle Camonica nella sua
realtà e nella sua storia, e i segni, le tracce, le forme di vita che conteneva di un passato lontano e
di un vicino che ai nostri occhi, mezzo secolo dopo, appare ugualmente perduto. Roiter li fissava
in forme indelebili in una straordinaria sequenza fotografica in bianco e nero che si espone nella
sua compiutezza: 31 fotografie.
Sarebbe stato facile, per Roiter, fermarsi al solo paesaggio, ancora carico di un mondo montanaro-
contadino, che un rapido processo di industrializzazione, dalle Centrale elettrica di Cedegolo, al
trenino che percorreva la Valle, veniva modificando o travolgendo. Roiter si ferma anche su
aspetti del paesaggio; si sofferma soprattutto sul paesaggio umano, sulle strutture abitative dei
paesi, si sofferma sulle case, su alcuni particolari di un’edilizia popolare, ricca e di straordinario
fascino, dove le case sembrano sostenersi accostandosi l’una all’altra, lasciando strade strette e
vicoli sassosi percorsi forse solo dia muli. Si sofferma sulle figure (la vecchia con la gerla,
l’anziano che intravediamo in fondo al vicolo), o sugli oggetti che si intravedono nelle case,
“nature morte con oggetti”; a volte si sofferma il fotografo sulle figure nel paesaggio, così antiche
da sembrare connaturate con l’ambiente, eterne.
Poi, dopo una presa di possesso dell’ambiente, che è fatto di uomini e di volontà, di natura
certamente ma anche di fatica, Roiter passa ai segni incisi nelle rocce, si accosta ad un universo
emblematico e magico come solo l’arte sa esserlo. Forse in virtù di quel contatto, in virtù proprio
di un universo trascritto nello stupore di un ritmo formale, che sembra attingere ancora alla
lezione di Novecento, il fotografo veneziano può immergersi nelle rocce, indagare i segni,
fotografarli in posizioni oblique, le luci radenti a volte, così da far risaltare i lievi spessori,
ingigantendoli anche, dando alla traccia incisa una rilevanza maggiore di quel che l’occhio non
riesca a cogliere. La fotografia, per questa via, si fa protesi del nostro occhio, strumento più
perfezionato e perfettibile, che coglie il minuscolo là dove il nostro sguardo si perde. Decide il
fotografo che il dialogo con l’ambiente attraverso la fotografia deve costituire un’emozione e un
rafforzamento delle nostre qualità percettive: esce un universo di segni che vale la pena di seguire
con la medesima trepidazione con cui il fotografo tentava di penetrarli, mezzo secolo or sono.
Certo di poter cogliere una verità ad un tempo umana e artistica, una verità non utile, ma
indispensabile: così è l’arte.
La sua immagine è ferma; il taglio compositivo diversificato che si amplia fino alla linea
dell’orizzonte, in alcuni paesaggi con figure, oppure si restringe sul nucleo dell’evento ripreso,
figura, oggetto, graffito. L’immagine si adatta al soggetto; trascorre così dalla visione d’insieme,
fino al perdersi lontano dell’orizzonte, al particolare, quando si allungano le ombre, riesce a dare
corpo e volume alle cose e alle persone attraverso il forte contrasto del bianco e nero.
Ancora diverso appare il comportamento del fotografo quando si accosta ai segni della storia, alle
antiche “scritture”: non si preoccupa di sottolineare l’insieme, non cerca il documento storico;
cerca la vita, ancora una volta il particolare, il ritmo poetico, la modalità che uomini a noi vicini e
lontani hanno saputo scrivere la loro meraviglia sfruttando luoghi impervi, difficili anche. Cerca
Roiter il segno che la luce radente rende riconoscibile, come eco di antichi ritmi spirituali.
Sa che è compito dell’archeologia leggere la storia; al fotografo, all’artista, competono solo la
messa in luce di una magia sottesa, che è l’anima profonda, come si diceva in apertura delle
antiche tracce. Così è la formidabile potenzialità di contrasti chiaroscurali della fotografia ad
aiutare non solo noi a comprendere un animo antico, ma anche lo stesso animo lontano a disvelare
quel viaggio poetico del segno, quell’aprirsi all’invisibile, all’immaginazione che albergava in loro.
La fotografia ci aiuta a comprendere che non solo negli strumenti, nei manufatti, i cui esiti estremi
Roiter riprende nella valle, possiamo scorgere l’essenza di quei lontani progenitori, ma anche nelle
tracce d’arte, tra il rito, la cronaca, la magia: e si pensi alle pietre che costruiscono le case o ai
cumuli delle fucine che sfornano con magli antichi oggetti di lavoro. La creazione rende uomini gli
artisti di quei segni lontani e i protagonisti di quei segni ancora vicini mentre il fotografo si
intratteneva tra loro; l’immaginazione li distingueva dai primati o dai primi cacciatori, la poesia li
separava nettamente da un mondo di forme e forze primordiali, non dotate di spirito, non
bisognose di comunicazione spirituale.
Questo legge con il suo occhio lucido ed emozionato un giovane fotografo capitato per avventura
in terra camuna; rimanendo incantato dalla poesia di un luogo, cercando di tradurre tale poesia in
un universo di immagini, altre icone, altre rappresentazioni rigorose, altri segni, che al di là della
differenza di tecnologia, vogliono aprire all’immaginazione, alla spiritualità, all’invisibile di cui
siamo portatori.

Brescia, settembre 2005

Cocktail: Pasticceria Veneto – Cà del vent





Fulvio Roiter



Fulvio Roiter



Fulvio Roiter



Fulvio Roiter



Fulvio Roiter



Fulvio Roiter



Fulvio Roiter



Fulvio Roiter



Fulvio Roiter



Fulvio Roiter



Fulvio Roiter



Fulvio Roiter



Fulvio Roiter



Fulvio Roiter



Fulvio Roiter



Fulvio Roiter



Fulvio Roiter



Fulvio Roiter


la mostra rimarrà aperta fino al 24 novembre 2005
dal martedì alla domenica dalle 15,30 alle 19,30 – lunedì chiuso
ingresso libero


per informazioni per informazioni contattare la segreteria del museo
tel. 0303750295 agli stessi orari sopra indicati, oppure scrivere a:
info@museokendamy.com


[ mostre 2005 ] [ attività espositiva ] [ menu principale ]