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La Valcamonica di Fulvio Roiter
Mauro Corradini
1. È probabile che ognuno di noi,
di fronte ai graffiti di epoche lontane, cerchi la risposta
segreta
ad un quesito: quale significato attribuire a questi
segni? Altrettanto probabile diviene pensare che
questi segni,
incisi dall’uomo sulle rocce di Naquane, significhino
qualcosa di più del semplice
gesto di tramandare notizie,
che pure esistono, sono state studiate, hanno fornito utili
indicazioni
sulla vita degli uomini in quell’ampio
lasso di tempo che va dalla metà del II millennio
all’età del
bronzo; i segni di Naquane, come
quelli di un ampio territorio che va dall’odierna Africa
settentrionale all’attuale Norvegia, i segni preistorici
della Penisola Iberica e quelli scandinavi
sembrano iniziare
col definire per emblemi un universo astratto: “labirinti,
dischi solari a tre
gruppi di raggi, o concentrici e splendenti,
o segnati con un punto al centro o con una croce
inscritta” (Claude
Roy) in realtà trascrivono idee pensieri, simboli,
ma non tolgono valore all’altro
repertorio, di carri
e di cervi, di capanne e percorsi, che di fatto costituiscono
il patrimonio di
informazioni, bisogni, esperienze che i
nostri progenitori hanno tramandato. E possiamo davvero,
a partire dai cacciatori franco-cantabrici, parlare di progenitori:
lo osservava acutamente George
Bataille, mezzo secolo fa,
scrivendo entusiasticamente dei graffiti ritrovati un decennio
prima
nella grotta della valle della Vézère:
databili al paleolitico-superiore, con i suoi segni, le sue
pitture
naturali, le sue tracce incise, l’uomo di Lascaux
scopriva la magia dell’arte, creava il meraviglioso
che si agita dentro l’uomo, creava “dal nulla
l’universo dell’arte, dove comincia la comunicazione
tra gli spiriti”. Per la prima volta, l’uomo
preistorico diviene artista e comprende l’importanza
dell’immaginazione, “oppone all’attività utilitaria
la figurazione inutile dei suoi segni che
seducono, nascono
dall’emozione e si indirizzano solo ad essa”.
È
probabile che i segni di Lascaux o quelli Camuni nascano
anche da intenzioni magiche, rituali, di
natura religiosa
o comunicativa; a noi riesce difficile oggi intendere quali
possano essere, così come
improbabile ci appare inseguire
mentalmente i riti che forse hanno preceduto queste figurazioni:
abbiamo solo la certezza del fascino, l’inquietudine
e il turbamento di animi che dialogano
direttamente con noi
dalla profondità e dalla lontananza dei tempi: e ci
sentiamo vicini, uniti nel
medesimo respiro, che è proprio
quello dell’arte, non importa come venga raffigurata.
2. Non so quali pensieri, circa mezzo secolo or sono, quando
Bataille scriveva la straordinaria
pagina che ci sostiene,
animassero Fulvio Roiter mentre incontrava la Valle Camonica
nella sua
realtà e nella sua storia, e i segni, le
tracce, le forme di vita che conteneva di un passato lontano
e
di un vicino che ai nostri occhi, mezzo secolo dopo, appare
ugualmente perduto. Roiter li fissava
in forme indelebili
in una straordinaria sequenza fotografica in bianco e nero
che si espone nella
sua compiutezza: 31 fotografie.
Sarebbe stato facile, per Roiter, fermarsi al solo paesaggio,
ancora carico di un mondo montanaro-
contadino, che un rapido
processo di industrializzazione, dalle Centrale elettrica
di Cedegolo, al
trenino che percorreva la Valle, veniva modificando
o travolgendo. Roiter si ferma anche su
aspetti del paesaggio;
si sofferma soprattutto sul paesaggio umano, sulle strutture
abitative dei
paesi, si sofferma sulle case, su alcuni particolari
di un’edilizia popolare, ricca e di straordinario
fascino,
dove le case sembrano sostenersi accostandosi l’una
all’altra, lasciando strade strette e
vicoli sassosi
percorsi forse solo dia muli. Si sofferma sulle figure (la
vecchia con la gerla,
l’anziano che intravediamo in
fondo al vicolo), o sugli oggetti che si intravedono nelle
case,
“nature morte con oggetti”; a volte si
sofferma il fotografo sulle figure nel paesaggio, così antiche
da sembrare connaturate con l’ambiente, eterne.
Poi, dopo una presa di possesso dell’ambiente, che è fatto
di uomini e di volontà, di natura
certamente ma anche
di fatica, Roiter passa ai segni incisi nelle rocce, si accosta
ad un universo
emblematico e magico come solo l’arte
sa esserlo. Forse in virtù di quel contatto, in virtù proprio
di un universo trascritto nello stupore di un ritmo formale,
che sembra attingere ancora alla
lezione di Novecento, il
fotografo veneziano può immergersi nelle rocce, indagare
i segni,
fotografarli in posizioni oblique, le luci radenti
a volte, così da far risaltare i lievi spessori,
ingigantendoli
anche, dando alla traccia incisa una rilevanza maggiore di
quel che l’occhio non
riesca a cogliere. La fotografia,
per questa via, si fa protesi del nostro occhio, strumento
più
perfezionato e perfettibile, che coglie il minuscolo
là dove il nostro sguardo si perde. Decide il
fotografo
che il dialogo con l’ambiente attraverso la fotografia
deve costituire un’emozione e un
rafforzamento delle
nostre qualità percettive: esce un universo di segni
che vale la pena di seguire
con la medesima trepidazione
con cui il fotografo tentava di penetrarli, mezzo secolo
or sono.
Certo di poter cogliere una verità ad un
tempo umana e artistica, una verità non utile, ma
indispensabile: così è l’arte.
La sua immagine è ferma; il taglio compositivo diversificato
che si amplia fino alla linea
dell’orizzonte, in alcuni
paesaggi con figure, oppure si restringe sul nucleo dell’evento
ripreso,
figura, oggetto, graffito. L’immagine si adatta
al soggetto; trascorre così dalla visione d’insieme,
fino al perdersi lontano dell’orizzonte, al particolare,
quando si allungano le ombre, riesce a dare
corpo e volume
alle cose e alle persone attraverso il forte contrasto del
bianco e nero.
Ancora diverso appare il comportamento del fotografo quando
si accosta ai segni della storia, alle
antiche “scritture”:
non si preoccupa di sottolineare l’insieme, non cerca
il documento storico;
cerca la vita, ancora una volta il
particolare, il ritmo poetico, la modalità che uomini
a noi vicini e
lontani hanno saputo scrivere la loro meraviglia
sfruttando luoghi impervi, difficili anche. Cerca
Roiter
il segno che la luce radente rende riconoscibile, come eco
di antichi ritmi spirituali.
Sa che è compito dell’archeologia leggere la
storia; al fotografo, all’artista, competono solo la
messa in luce di una magia sottesa, che è l’anima
profonda, come si diceva in apertura delle
antiche tracce.
Così è la formidabile potenzialità di
contrasti chiaroscurali della fotografia
ad
aiutare non solo
noi a comprendere un animo antico, ma anche lo stesso animo
lontano a disvelare
quel viaggio poetico del segno, quell’aprirsi
all’invisibile, all’immaginazione che albergava
in loro.
La fotografia ci aiuta a comprendere che non solo
negli strumenti, nei manufatti, i cui esiti estremi
Roiter
riprende nella valle, possiamo scorgere l’essenza di
quei lontani progenitori, ma anche nelle
tracce d’arte,
tra il rito, la cronaca, la magia: e si pensi alle pietre
che costruiscono le case o ai
cumuli delle fucine che sfornano
con magli antichi oggetti di lavoro. La creazione rende uomini
gli
artisti di quei segni lontani e i protagonisti di quei
segni ancora vicini mentre il fotografo si
intratteneva tra
loro; l’immaginazione li distingueva dai primati o
dai primi cacciatori, la poesia li
separava nettamente da
un mondo di forme e forze primordiali, non dotate di spirito,
non
bisognose di comunicazione spirituale.
Questo legge con il suo occhio lucido ed emozionato un giovane
fotografo capitato per avventura
in terra camuna; rimanendo
incantato dalla poesia di un luogo, cercando di tradurre
tale poesia in
un universo di immagini, altre icone, altre
rappresentazioni rigorose, altri segni, che al di là della
differenza di tecnologia, vogliono aprire all’immaginazione,
alla spiritualità, all’invisibile di cui
siamo
portatori.
Brescia, settembre 2005
Cocktail: Pasticceria Veneto – Cà del vent |